Le 40 regole per scrivere bene di Umberto Eco
Sui nostri profili social, le 40 regole per scrivere bene di Umberto Eco ci hanno tenuto compagnia per quasi un anno.
La loro pungente ironia ci ha permesso di riflettere su alcuni aspetti imprescindibili della nostra lingua, soprattutto per chi scrive romanzi, ma non solo.
Qui sotto trovate la lista con le famigerate 40 regole per scrivere bene di Eco e, a seguire, i 40 post che abbiamo dedicato al Maestro ogni giovedì (o quasi), dal 28 settembre 2023 al 18 luglio 2024.
Buona lettura!
- Le 40 regole per scrivere bene di Umberto Eco
- #1. «Evita le allitterazioni, anche se allettano gli allocchi»
- #2. «Non è che il congiuntivo va evitato, anzi, che lo si usa quando necessario»
- #3. «Evita le frasi fatte: è minestra riscaldata»
- #4. «Esprimiti siccome ti nutri»
- #5. «Non usare sigle commerciali & abbreviazioni etc.»
- #6. «Ricorda (sempre) che la parentesi (anche quando pare indispensabile) interrompe il filo del discorso»
- #7. «Stai attento a non fare… indigestione di puntini di sospensione»
- #8. «Usa meno virgolette possibili: non è “fine”»
- #9. «Non generalizzare mai»
- #10. «Le parole straniere non fanno affatto bon ton»
- #11. «Sii avaro di citazioni. Diceva giustamente Emerson: “Odio le citazioni. Dimmi solo quello che sai tu”»
- #12. «I paragoni sono come le frasi fatte»
- #13. «Non essere ridondante; non ripetere due volte la stessa cosa; ripetere è superfluo (per ridondanza s’intende la spiegazione inutile di qualcosa che il lettore ha già capito)»
- #14. «Solo gli stronzi usano parole volgari»
- #15. «Sii sempre più o meno specifico»
- #16. «L’iperbole è la più straordinaria delle tecniche espressive»
- #17. «Non fare frasi di una sola parola. Eliminale»
- #18. «Guardati dalle metafore troppo ardite: sono piume sulle scaglie di un serpente»
- #19. «Metti, le virgole, al posto giusto»
- #20. «Distingui tra la funzione del punto e virgola e quella dei due punti: anche se non è facile»
- #21. «Se non trovi l’espressione italiana adatta non ricorrere mai all’espressione dialettale: peso el tacòn del buso»
- #22. «Non usare metafore incongruenti anche se ti paiono “cantare”: sono come un cigno che deraglia»
- #23. «C’è davvero bisogno di domande retoriche?»
- #24. «Sii conciso, cerca di condensare i tuoi pensieri nel minor numero di parole possibile, evitando frasi lunghe — o spezzate da incisi che inevitabilmente confondono il lettore poco attento — affinché il tuo discorso non contribuisca a quell’inquinamento dell’informazione che è certamente (specie quando inutilmente farcito di precisazioni inutili, o almeno non indispensabili) una delle tragedie di questo nostro tempo dominato dal potere dei media»
- #25. «Gli accenti non debbono essere nè scorretti nè inutili, perchè chi lo fà sbaglia»
- #26. «Non si apostrofa un’articolo indeterminativo prima del sostantivo maschile»
- #27. «Non essere enfatico! Sii parco con gli esclamativi!»
- #28. «Neppure i peggiori fans dei barbarismi pluralizzano i termini stranieri»
- #29. «Scrivi in modo esatto i nomi stranieri, come Beaudelaire, Roosewelt, Niezsche, e simili»
- #30. «Nomina direttamente autori e personaggi di cui parli, senza perifrasi. Così faceva il maggior scrittore lombardo del XIX secolo, l’autore del 5 maggio»
- #31. «All’inizio del discorso usa la captatio benevolentiae, per ingraziarti il lettore (ma forse siete così stupidi da non capire neppure quello che vi sto dicendo)»
- #32. «Cura puntiliosamente l’ortograffia»
- #33. «Inutile dirti quanto sono stucchevoli le preterizioni»
- #34. «Non andare troppo soventea capo.Almeno, non quando non serve»
- #35. «Non usare mai il plurale majestatis. Siamo convinti che faccia una pessima impressione»
- #36. «Non confondere la causa con l’effetto: saresti in errore e dunque avresti sbagliato»
- #37. «Non costruire frasi in cui la conclusione non segua logicamente dalle premesse: se tutti facessero così, allora le premesse conseguirebbero dalle conclusioni»
- #38. «Non indulgere ad arcaismi, hapax legomena o altri lessemi inusitati, nonché deep structures rizomatiche che, per quanto ti appaiano come altrettante epifanie della differenzagrammatologica e inviti alla deriva decostruttiva – ma peggio ancora sarebbe se risultassero eccepibili allo scrutinio di chi legga con acribia ecdotica – eccedano comunque le competenze cognitive del destinatario»
- #39. «Non devi essere prolisso, ma neppure devi dire meno di quello che»
- #40. «Una frase compiuta deve avere»
#1. «Evita le allitterazioni, anche se allettano gli allocchi»
28 settembre 2023
Con il post di oggi inauguriamo una nuova rubrica dedicata alle 𝟰𝟬 𝗿𝗲𝗴𝗼𝗹𝗲 𝗽𝗲𝗿 𝘀𝗰𝗿𝗶𝘃𝗲𝗿𝗲 𝗯𝗲𝗻𝗲 𝗱𝗶 𝗨𝗺𝗯𝗲𝗿𝘁𝗼 𝗘𝗰𝗼.
Più che regole, si tratta di consigli generali – in una forma straordinariamente umoristica – che il compianto maestro ci ha regalato non per imporre dogmi ma per invitarci a riflettere e a fare un uso consapevole della scrittura.
Eco trasse spunto da un articolo di William Safire, 𝘛𝘩𝘦 𝘍𝘶𝘮𝘣𝘭𝘦𝘳𝘶𝘭𝘦𝘴 𝘰𝘧 𝘎𝘳𝘢𝘮𝘮𝘢𝘳, apparso il 4 novembre 1979 nella collana “On Language” del 𝘕𝘦𝘸 𝘠𝘰𝘳𝘬 𝘛𝘪𝘮𝘦𝘴.
Le 40 regole per scrivere bene di Umberto Eco comparvero in una rubrica dell’𝘌𝘴𝘱𝘳𝘦𝘴𝘴𝘰 da lui curata settimanalmente dal 1985 al 1998 e continuata, con minor regolarità, fino al 2016. La rubrica si intitolava “𝗟𝗲 𝗯𝘂𝘀𝘁𝗶𝗻𝗲 𝗱𝗶 𝗠𝗶𝗻𝗲𝗿𝘃𝗮”, ma la dea della Sapienza non c’entra niente. Minerva era una marca di fiammiferi sulla cui confezione era possibile segnarsi degli appunti, quando ancora non avevamo supporti digitali per farlo.
Questa prima regola ci parla dell’𝗮𝗹𝗹𝗶𝘁𝘁𝗲𝗿𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲, quella figura retorica che consiste nel ripetere all’inizio o all’interno di più parole lo stesso suono (o fonema). È un artificio meraviglioso, soprattutto nella poesia, ma va usato coscienziosamente: il rischio è di fare un inutile sfoggio di modesta erudizione infastidendo, e non incantando, il lettore. Se stai scrivendo un libro – e di cognome non fai Petrarca («Di me medesimo meco mi vergogno») – il consiglio è di pensarci due volte prima di cimentarti in un’allitterazione.
#2. «Non è che il congiuntivo va evitato, anzi, che lo si usa quando necessario»
5 ottobre 2023
Povero congiuntivo, questo perfetto sconosciuto! Oggi proviamo a rispolverarlo un po’ grazie alla seconda delle 𝟰𝟬 𝗿𝗲𝗴𝗼𝗹𝗲 𝗽𝗲𝗿 𝘀𝗰𝗿𝗶𝘃𝗲𝗿𝗲 𝗯𝗲𝗻𝗲 𝗱𝗶 𝗨𝗺𝗯𝗲𝗿𝘁𝗼 𝗘𝗰𝗼, comparse sulla rubrica “𝗟𝗲 𝗯𝘂𝘀𝘁𝗶𝗻𝗲 𝗱𝗶 𝗠𝗶𝗻𝗲𝗿𝘃𝗮” dell’𝘌𝘴𝘱𝘳𝘦𝘴𝘴𝘰 (per saperne di più, leggi qui: https://www.instagram.com/p/CxuvFdUod-x/).
Spesso si sente ripetere che, nell’uso dei parlanti, il congiuntivo stia scomparendo. C’è chi sostiene che ciò sia specchio della nostra società: tutti vogliono affermare le proprie certezze con l’indicativo e i pochi che si esprimono con cautela rischiano di apparire insicuri.
In realtà, il congiuntivo è vivo e vegeto, anche se commettiamo tantissimi strafalcioni. La differenza con il passato è che oggi tutti scriviamo e lasciamo i nostri errori nell’etere a imperitura memoria, mentre un tempo scomparivano subito dopo essere stati pronunciati. E, allora, 𝗹𝘂𝗻𝗴𝗮 𝘃𝗶𝘁𝗮 𝗮𝗹 𝗰𝗼𝗻𝗴𝗶𝘂𝗻𝘁𝗶𝘃𝗼!
Questo modo verbale prevede quattro tempi: 𝗽𝗿𝗲𝘀𝗲𝗻𝘁𝗲 (“che io sia”), 𝗶𝗺𝗽𝗲𝗿𝗳𝗲𝘁𝘁𝗼 (“che io fossi”), 𝗽𝗮𝘀𝘀𝗮𝘁𝗼 (“che io sia stato”) e 𝘁𝗿𝗮𝗽𝗮𝘀𝘀𝗮𝘁𝗼 (“che io fossi stato”). Il “che” può essere omesso se il verbo della frase principale indica incertezza o timore (“temo sia tardi”), mentre non può mancare se esprimiamo una volontà (“voglio che tu stia bene”).
In generale, il congiuntivo serve a esprimere un evento soggettivo, irreale o ipotetico, oppure un dubbio o un’esortazione. Tra i tanti usi, ricordiamo quello del 𝗽𝗲𝗿𝗶𝗼𝗱𝗼 𝗶𝗽𝗼𝘁𝗲𝘁𝗶𝗰𝗼, con cui si esprime un’ipotesi dalla quale può derivare una conseguenza. Un esempio? Beh, ce lo offre Corrado Guzzanti: «Se fosse gatto, miao. Se fosse cane, bau. Se fosse tardi, ciao!».
#3. «Evita le frasi fatte: è minestra riscaldata»
12 ottobre 2023
A parte il fatto che noi non abbiamo niente da ridire sulle minestre riscaldate, con la terza delle 𝟰𝟬 𝗿𝗲𝗴𝗼𝗹𝗲 𝗽𝗲𝗿 𝘀𝗰𝗿𝗶𝘃𝗲𝗿𝗲 𝗯𝗲𝗻𝗲, 𝗨𝗺𝗯𝗲𝗿𝘁𝗼 𝗘𝗰𝗼 ci regala un altro interessantissimo spunto di riflessione. Se non avete letto il primo post al riguardo, eccolo: https://www.instagram.com/p/CxuvFdUod-x/.
Ricordiamo che quelle proposte da Eco non sono delle vere e proprie “regole”, quanto brillanti e ironici giochi di parole per aiutare gli scrittori alle prime armi a non cadere negli errori più comuni.
Tra questi – confermiamo anche noi – c’è spesso un certo gusto per le 𝗳𝗿𝗮𝘀𝗶 𝗳𝗮𝘁𝘁𝗲. Continuando il gioco di Eco, potremmo dire che vanno evitate perché fanno venire il latte alle ginocchia!
Nella 𝗹𝗶𝗻𝗴𝘂𝗮 𝗽𝗮𝗿𝗹𝗮𝘁𝗮, le frasi fatte sono uno strumento utile per semplificare la complessità dei pensieri attraverso immagini comprensibili da tutti.
Nella 𝗹𝗶𝗻𝗴𝘂𝗮 𝘀𝗰𝗿𝗶𝘁𝘁𝗮, però, specialmente in quella letteraria, finiscono per appiattire il pensiero, privandolo di quelle sfumature di significato che, per loro stessa natura, le frasi fatte non possono avere.
Possono rappresentare una marca stilistica dell’autore, purché se ne faccia un uso consapevole e funzionale. Per esempio, possono essere usate dal narratore con dichiarato intento comico-brillante oppure nei dialoghi, se servono a caratterizzare un personaggio.
Come sempre, la buona scrittura si caratterizza per 𝗰𝗼𝗻𝘀𝗮𝗽𝗲𝘃𝗼𝗹𝗲𝘇𝘇𝗮, 𝗳𝘂𝗻𝘇𝗶𝗼𝗻𝗮𝗹𝗶𝘁à 𝗲 𝗰𝗼𝗲𝗿𝗲𝗻𝘇𝗮. Altrimenti, rischiate di lasciare i vostri lettori a bocca asciutta!
#4. «Esprimiti siccome ti nutri»
19 ottobre 2023
Con la quarta delle 𝟰𝟬 𝗿𝗲𝗴𝗼𝗹𝗲 𝗽𝗲𝗿 𝘀𝗰𝗿𝗶𝘃𝗲𝗿𝗲 𝗯𝗲𝗻𝗲, 𝗨𝗺𝗯𝗲𝗿𝘁𝗼 𝗘𝗰𝗼 ironizza su quei tentativi maldestri di alzare il 𝗿𝗲𝗴𝗶𝘀𝘁𝗿𝗼 𝗹𝗶𝗻𝗴𝘂𝗶𝘀𝘁𝗶𝗰𝗼 che ogni tanto compaiono nei libri. Nel suo gioco di parole, quel “siccome” rappresenta un rafforzativo di “come” (“così come” – “sì come” – “siccome”) che ha straordinari precedenti letterari («Pura siccome un angelo. Iddio mi diè una figlia», 𝘓𝘢 𝘛𝘳𝘢𝘷𝘪𝘢𝘵𝘢), ma che non sempre è una scelta funzionale.
L’italiano ci offre parole ed espressioni per ogni contesto; sta a noi individuare quelle giuste. Dei registri linguistici abbiamo già parlato in un post (https://www.instagram.com/p/Cvo3CENoyjq/?img_index=1). Qui vogliamo ricordare l’𝗶𝗺𝗽𝗼𝗿𝘁𝗮𝗻𝘇𝗮 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗮 𝗰𝗼𝗲𝗿𝗲𝗻𝘇𝗮 𝗹𝗶𝗻𝗴𝘂𝗶𝘀𝘁𝗶𝗰𝗮.
Quando scriviamo un testo letterario, innanzitutto, dobbiamo sempre avere bene in mente chi è il nostro 𝗻𝗮𝗿𝗿𝗮𝘁𝗼𝗿𝗲. Non è detto che anche il lettore debba saperlo, ma noi sì! Solo così saremo certi di farlo esprimere con 𝗰𝗼𝗲𝗿𝗲𝗻𝘇𝗮.
Lo stesso vale per i 𝗱𝗶𝗮𝗹𝗼𝗴𝗵𝗶, che sono uno strumento eccezionale per caratterizzare i personaggi, molto più di una lunga descrizione. Possiamo optare per un cambio di registro linguistico, purché ci sia una ragionevole motivazione.
Nell’esempio, Eco alza il registro verso la lingua letteraria per un chiaro intento comico-brillante.
I dialoghi dei nostri personaggi possono sicuramente variare per diastratia (livello di istruzione, provenienza socio-economica, età, sesso, ecc.) o per diafasia (in base al contesto situazionale), ma sarebbe inverosimile uno studente che si rivolga al professore con una lingua trascurata o volgare, così come un bambino che si esprima in una varietà formale o aulica.
Contattaci se stai scrivendo un libro e hai dubbi sulla coerenza linguistica. Comunque, ascolta il buon Eco: «esprimiti siccome ti nutri» o, se preferisci, «parla come magni»!
#5. «Non usare sigle commerciali & abbreviazioni etc.»
26 ottobre 2023
Con la 𝗾𝘂𝗶𝗻𝘁𝗮 delle 𝟰𝟬 𝗿𝗲𝗴𝗼𝗹𝗲 𝗽𝗲𝗿 𝘀𝗰𝗿𝗶𝘃𝗲𝗿𝗲 𝗯𝗲𝗻𝗲 𝗱𝗶 𝗨𝗺𝗯𝗲𝗿𝘁𝗼 𝗘𝗰𝗼 (che ormai sapete non essere delle regole vere e proprie, ma seguitele cmq… ops, volevo dire comunque), riflettiamo su 𝗮𝗯𝗯𝗿𝗲𝘃𝗶𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗶 𝗲 𝘀𝗶𝗴𝗹𝗲.
Nella saggistica, ormai, pullulano improvvidamente (ma noi non demordiamo!) mentre più raramente le troviamo nella narrativa. Certo, è sempre un brivido quando nei dialoghi incontriamo tel., ecc. ed è capitato anche sig.
Il motivo per cui vanno evitate è semplicissimo: 𝗻𝗼𝗻 𝘀𝗶 𝗹𝗲𝗴𝗴𝗼𝗻𝗼! Tutti noi, parlando, diremmo eccetera e non ecc.
Discorso diverso vale per quelle abbreviazioni promosse a parole a pieno titolo, come cv, prof o il più recente bro: in questo caso si tratta di una lessicalizzazione e quindi di parole “piene” a tutti gli effetti.
Spesso, sentiamo dire che la colpa è tutta di smartphone&co… et similia! In realtà, le abbreviazioni sono sempre state usate. 𝗖𝗶𝗰𝗲𝗿𝗼𝗻𝗲 è un vero antesignano del t.v.b.: scriveva ai propri amici s.p.d. (“salutem plurimam dico”, “ti saluto tanto”) e addirittura s.v.b.e.e.v. (“si vales, bene est, ego valeo”, “buona cosa se stai bene, io sto bene”). 𝗠𝗮𝗿𝗰𝗼 𝗧𝘂𝗹𝗹𝗶𝗼 𝗧𝗶𝗿𝗼𝗻𝗲, segretario di Cicerone, si spinse oltre inventando le cosiddette 𝘯𝘰𝘵𝘢𝘦 𝘵𝘪𝘳𝘰𝘯𝘪𝘢𝘯𝘢𝘦, una serie infinita di abbreviazioni. Pare che sia proprio lui ad aver inventato la E commerciale (&).
Ma, il punto è questo: noi non dobbiamo scrivere su tavolette di argilla o su fogli di pergamena carissimi né rispettare la severissima brevità degli sms (per i più giovani: un tempo, se superavi i 160 caratteri, pagavi doppio!). Vada bene l’uso delle abbreviazioni e delle sigle nella messaggistica istantanea (però datevi un ritegno!), ma non nei libri di narrativa.
E non è un problema meramente estetico, ma anche di impoverimento della lingua e, con lei, del pensiero.
Se 6 1 di quelli che abbr. tt. nn lo fare + xk se no nn t.v.b.!
#6. «Ricorda (sempre) che la parentesi (anche quando pare indispensabile) interrompe il filo del discorso»
2 novembre 2023
Quando lavoro alla revisione dei testi, tengo sempre a mente una piccola regoletta: se in un libro sono presenti troppe parentesi (o, più in generale, troppi incisi) significa sempre (o, almeno, il più delle volte) che quel testo necessita di un lavoro di decostruzione e ricostruzione dei periodi [bisogna, cioè, trovare il modo per rendere più fluido il fraseggio che (spesso) significa trasformare i periodi ipotattici (composti da proposizioni principali e dipendenti) in periodi paratattici (composti da proposizioni principali e coordinate)].
Lo avrete capito: ho intenzionalmente continuato il gioco di 𝐔𝐦𝐛𝐞𝐫𝐭𝐨 𝐄𝐜𝐨 (ah, tra parentesi, questa è la sesta delle “𝟒𝟎 𝐫𝐞𝐠𝐨𝐥𝐞 𝐩𝐞𝐫 𝐬𝐜𝐫𝐢𝐯𝐞𝐫𝐞 𝐛𝐞𝐧𝐞”!).
L’uso corretto delle 𝐩𝐚𝐫𝐞𝐧𝐭𝐞𝐬𝐢 è una questione importante, soprattutto in narrativa. Non dobbiamo combattere una crociata contro le parentesi, ma è bene farne un uso consapevole.
Obiettivo delle parentesi è quello di fornire delle puntualizzazioni, delle riflessioni personali o delle informazioni di servizio. Nei romanzi e nei racconti, normalmente, se ne apprezza l’uso quando 𝐟𝐮𝐧𝐠𝐨𝐧𝐨 𝐝𝐚 𝐜𝐨𝐦𝐦𝐞𝐧𝐭𝐨 𝐨 𝐝𝐚 𝐠𝐥𝐨𝐬𝐬𝐚 𝐝𝐞𝐥 𝐧𝐚𝐫𝐫𝐚𝐭𝐨𝐫𝐞 𝐨 𝐝𝐢 𝐮𝐧 𝐩𝐞𝐫𝐬𝐨𝐧𝐚𝐠𝐠𝐢𝐨. Si presume, però, che questo commento sia conciso e che effettivamente offra un arricchimento al testo, senza sviare dal contenuto e senza interrompere la fluidità sintattica. Il rischio è che, per spiegare meglio un dettaglio, si finisca per confondere il lettore sulla questione principale.
Quando il contenuto nelle parentesi è troppo lungo o non funzionale, rappresenta un 𝐝𝐢𝐟𝐞𝐭𝐭𝐨 𝐬𝐭𝐢𝐥𝐢𝐬𝐭𝐢𝐜𝐨. Questo difetto si “cura” prendendo la frase tra parentesi e spostandola in altra posizione, così da renderla una frase autonoma.
Il nostro Umberto Eco ha ragione: le frasi tra parentesi sono un’espansione del concetto principale e andrebbero utilizzate solo se strettamente necessarie [e ricordate di commentare questo post a cura di @valerio_piozzo e che i difetti stilistici non sono un problema meramente estetico (che, pure, basterebbe) ma anche di contenuto (e, soprattutto, di impoverimento del pensiero)].
#7. «Stai attento a non fare… indigestione di puntini di sospensione»
9 novembre 2023
Grazie a 𝐔𝐦𝐛𝐞𝐫𝐭𝐨 𝐄𝐜𝐨 e alla settima delle sue “𝟒𝟎 𝐫𝐞𝐠𝐨𝐥𝐞 𝐩𝐞𝐫 𝐬𝐜𝐫𝐢𝐯𝐞𝐫𝐞 𝐛𝐞𝐧𝐞” (c’è bisogno di ricordare che non sono vere e proprie regole?) abbiamo la possibilità di ripassare insieme un argomento caro a editor e correttori di bozze, ovvero in quali casi e in che modo usare i 𝐩𝐮𝐧𝐭𝐢𝐧𝐢 𝐝𝐢 𝐬𝐨𝐬𝐩𝐞𝐧𝐬𝐢𝐨𝐧𝐞.
Partiamo da una costatazione importante: non è un caso se vengono chiamati anche “𝐭𝐫𝐞 𝐩𝐮𝐧𝐭𝐢𝐧𝐢”. Infatti, non possono essere due né quattro né cento ma, semplicemente, tre. Inoltre, sono sempre attaccati alla parola che li precede e sono seguiti da uno spazio, a meno che non siano seguiti da un punto interrogativo o da una parentesi di chiusura. Quando sono alla fine di una frase, quella successiva inizia con una lettera maiuscola.
Quello che più ci preme sottolineare è che un uso errato della punteggiatura 𝐧𝐨𝐧 𝐞̀ 𝐮𝐧𝐚 𝐪𝐮𝐞𝐬𝐭𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐦𝐞𝐫𝐚𝐦𝐞𝐧𝐭𝐞 𝐟𝐨𝐫𝐦𝐚𝐥𝐞, 𝐦𝐚 𝐚𝐧𝐜𝐡𝐞 𝐝𝐢 𝐜𝐨𝐧𝐭𝐞𝐧𝐮𝐭𝐨, ché quei segni grafici non sono ghirigori messi lì come addobbi natalizi, ma servono a comunicare in modo compiuto e consapevole.
I puntini di sospensione servono a “mostrare” implicitamente se quel personaggio è titubante a rivelare un segreto, se prova a essere allusivo con le parole o se è in imbarazzo per una situazione. “Domandò insicuro”, “rispose maliziosamente”, “ribatté con poca convinzione”, sono tutte espressioni che possiamo rendere, con più naturalezza, proprio mettendo quei benedetti tre puntini al posto giusto.
Ma, come ci ricorda il buon Eco, guai ad abusarne! A meno che non ci sia un motivo ponderato e conosciuto dal lettore, i tre puntini servono solo ed esclusivamente a 𝐬𝐨𝐬𝐩𝐞𝐧𝐝𝐞𝐫𝐞 𝐢𝐥 𝐝𝐢𝐬𝐜𝐨𝐫𝐬𝐨, di norma per trasmettere l’𝐚𝐧𝐝𝐚𝐦𝐞𝐧𝐭𝐨 𝐬𝐩𝐞𝐳𝐳𝐚𝐭𝐨 𝐭𝐢𝐩𝐢𝐜𝐨 𝐝𝐞𝐥 𝐩𝐚𝐫𝐥𝐚𝐭𝐨 o per esprimere 𝐢𝐦𝐛𝐚𝐫𝐚𝐳𝐳𝐨, 𝐭𝐢𝐭𝐮𝐛𝐚𝐧𝐳𝐚 o 𝐚𝐥𝐥𝐮𝐬𝐢𝐯𝐢𝐭𝐚̀.
E tu… ehm… fai un uso corretto dei puntini di sospensione?
#8. «Usa meno virgolette possibili: non è “fine”»
16 novembre 2023
Con la sua solita ironia, nell’𝐨𝐭𝐭𝐚𝐯𝐚 delle 𝟒𝟎 𝐫𝐞𝐠𝐨𝐥𝐞 𝐩𝐞𝐫 𝐬𝐜𝐫𝐢𝐯𝐞𝐫𝐞 𝐛𝐞𝐧𝐞, 𝐔𝐦𝐛𝐞𝐫𝐭𝐨 𝐄𝐜𝐨 affronta la questione delle 𝐯𝐢𝐫𝐠𝐨𝐥𝐞𝐭𝐭𝐞 sotto l’aspetto dell’eleganza.
A essere “incriminate” sono le virgolette “alte” usate per “alludere” a qualcosa di “diverso” rispetto a quello che il testo ci dice, quindi per conferire a una parola un significato “figurato” o “ironico”, proprio come quel “fine”.
Ora rileggete la frase precedente (se non vi siete già staccati gli occhi).
C’era davvero bisogno delle virgolette? La risposta è no.
Nessuna di quelle che ho usato serviva, perché non c’erano significati sottintesi.
In generale, sarebbe meglio evitare di inserire troppe virgolette, e quindi parole allusive, senza motivo. Sono quelle stesse virgolette che nel parlato vengono mimate con le mani e che spesso hanno il solo effetto di distrarre l’interlocutore. Non è elegante, per dirla con le parole di Eco.
Parlando di virgolette, facciamo un po’ di ripasso. Esistono 𝐭𝐫𝐞 𝐭𝐢𝐩𝐢 𝐝𝐢 𝐯𝐢𝐫𝐠𝐨𝐥𝐞𝐭𝐭𝐞: quelle 𝐚𝐥𝐭𝐞 𝐝𝐨𝐩𝐩𝐢𝐞 (“…”), quelle 𝐚𝐥𝐭𝐞 𝐬𝐢𝐧𝐠𝐨𝐥𝐞 (‘…’) e quelle 𝐛𝐚𝐬𝐬𝐞 («…»), rispettivamente conosciute anche come virgolette italiane, inglesi e francesi (o caporali, perché ricordano la forma della controspallina del grado militare di caporale).
Ogni editore ha le proprie 𝐧𝐨𝐫𝐦𝐞 𝐫𝐞𝐝𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐚𝐥𝐢 e da queste dipende l’uso dei tre tipi di virgolette. L’importante, come sempre, è che se ne faccia un 𝐮𝐬𝐨 𝐜𝐨𝐧𝐬𝐚𝐩𝐞𝐯𝐨𝐥𝐞 𝐞 𝐮𝐧𝐢𝐟𝐨𝐫𝐦𝐚𝐭𝐨.
Inoltre, nel caso di testi per la stampa, è bene che le virgolette alte siano 𝐜𝐮𝐫𝐯𝐞, per non confonderle con il segno grafico dell’𝐚𝐩𝐢𝐜𝐞 (‘…”), che non consente di distinguere tra virgolette di apertura e di chiusura.
Anche tu sei un indomito “paladino” dell’uso delle virgolette giuste, o sei uno di quelli che vanno dicendo: «chi se ne importa di queste cose da ‘intellettuale’ che non importano a nessuno!»?
#9. «Non generalizzare mai»
23 novembre 2023
Ci piace molto la nona delle 𝟒𝟎 𝐫𝐞𝐠𝐨𝐥𝐞 𝐩𝐞𝐫 𝐬𝐜𝐫𝐢𝐯𝐞𝐫𝐞 𝐛𝐞𝐧𝐞 di 𝐔𝐦𝐛𝐞𝐫𝐭𝐨 𝐄𝐜𝐨, perché ci permette di affrontare un argomento sotto diversi punti di vista.
Infatti, le 𝐠𝐞𝐧𝐞𝐫𝐚𝐥𝐢𝐳𝐳𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐢 nello scritto possono essere un difetto sia retorico sia narrativo.
In 𝐫𝐞𝐭𝐨𝐫𝐢𝐜𝐚 esistono dei ragionamenti che apparentemente funzionano ma che, in realtà, nascondono un’argomentazione incorretta. Sono le cosiddette 𝐟𝐚𝐥𝐥𝐚𝐜𝐞 e, tra queste, riconosciamo la fallacia induttiva della 𝐠𝐞𝐧𝐞𝐫𝐚𝐥𝐢𝐳𝐳𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐢𝐧𝐝𝐞𝐛𝐢𝐭𝐚. Avviene quando eleviamo un caso particolare a norma generale, escludendo quindi ogni ragionevole eccezione. “Tutti i grandi compositori mu0iono giovani: guarda Mozart, che è scomparso a 35 anni!” è proprio un esempio di questa fallacia, nota anche come 𝑑𝑖𝑐𝑡𝑜 𝑠𝑖𝑚𝑝𝑙𝑖𝑐𝑖𝑡𝑒𝑟, perché di questo si tratta: di una semplificazione. Va da sé che una fallacia di questo tipo è assolutamente inopportuna nella 𝐬𝐚𝐠𝐠𝐢𝐬𝐭𝐢𝐜𝐚.
Cosa significa generalizzare in 𝐧𝐚𝐫𝐫𝐚𝐭𝐢𝐯𝐚? Significa non scendere mai nei dettagli, non soffermarsi sui particolari, lasciare tutto, ma proprio tutto, all’immaginazione del lettore.
Durante la lettura di un libro, infatti, si gioca una partita tra autore e lettore, in cui l’autore si impegna a creare un mondo, dove 𝐬𝐨𝐧𝐨 𝐩𝐫𝐨𝐩𝐫𝐢𝐨 𝐢 𝐝𝐞𝐭𝐭𝐚𝐠𝐥𝐢 𝐚 𝐟𝐚𝐫𝐞 𝐥𝐚 𝐝𝐢𝐟𝐟𝐞𝐫𝐞𝐧𝐳𝐚. Bisogna descrivere proprio tutto? No, mai e poi mai! Se descrivo tutto, quale godimento ne trarrà il lettore nel rimanere un osservatore passivo?
Anche in questo caso, come sempre, la virtù è nel mezzo. Mi soffermerò su pochi ma vividi dettagli, su quelle pennellate che rendano il mio romanzo tridimensionale e vero.
E se è un 𝐩𝐞𝐫𝐬𝐨𝐧𝐚𝐠𝐠𝐢𝐨 a esprimersi in maniera generica? Va bene, ma solo se è un tratto distintivo di 𝑞𝑢𝑒𝑙 personaggio e non di tutti.
Quindi, nel tuo libro, non generalizzare mai (a meno che non ci sia un valido motivo).
#10. «Le parole straniere non fanno affatto bon ton»
30 novembre 2023
«Forwardami il pitch asap, così posso brieffare il project manager prima della call, ok?».
Magari abbiamo esagerato un po’ mettendoli tutti insieme ma, nel gergo aziendale e non, questi 𝐚𝐧𝐠𝐥𝐢𝐜𝐢𝐬𝐦𝐢 sono entrati a far parte della vita di tutti i giorni.
Non dobbiamo avere un atteggiamento pregiudiziale verso i 𝐟𝐨𝐫𝐞𝐬𝐭𝐢𝐞𝐫𝐢𝐬𝐦𝐢, che spesso servono a colmare vuoti di significato presenti nell’italiano, ciononostante, è bene non utilizzarli indiscriminatamente.
Il caro 𝐔𝐦𝐛𝐞𝐫𝐭𝐨 𝐄𝐜𝐨, nella decima delle 𝟒𝟎 𝐫𝐞𝐠𝐨𝐥𝐞 𝐩𝐞𝐫 𝐬𝐜𝐫𝐢𝐯𝐞𝐫𝐞 𝐛𝐞𝐧𝐞, sottolinea ironicamente la mancanza di gusto nell’uso eccessivo di termini stranieri. Infatti, sono molti i 𝐩𝐫𝐞𝐬𝐭𝐢𝐭𝐢 𝐥𝐢𝐧𝐠𝐮𝐢𝐬𝐭𝐢𝐜𝐢 che sono in corso di 𝐚𝐜𝐜𝐥𝐢𝐦𝐚𝐭𝐚𝐦𝐞𝐧𝐭𝐨 nell’italiano ma, non sempre, tutti i parlanti li gestiscono con disinvoltura, e finiscono per rendere la comunicazione non inclusiva. Il paradosso è che molto spesso vengono usati perché ci appaiono… 𝑐𝑜𝑜𝑙!
Ma, oltre alla questione stilistica, è bene sottolineare quella del contenuto. Accettare passivamente tutti i forestierismi che ci vengono propinati porta con sé il rischio di rendere il nostro parlare disambiguo, 𝐩𝐨𝐜𝐨 𝐚𝐜𝐜𝐮𝐫𝐚𝐭𝐨 𝐝𝐚𝐥 𝐩𝐮𝐧𝐭𝐨 𝐝𝐢 𝐯𝐢𝐬𝐭𝐚 𝐬𝐞𝐦𝐚𝐧𝐭𝐢𝐜𝐨 creando, cioè, veri e propri equivoci.
È il caso, per esempio, del termine “𝐬𝐞𝐥𝐟-𝐩𝐮𝐛𝐥𝐢𝐬𝐡𝐢𝐧𝐠”. Comunemente viene tradotto in italiano come “auto-pubblicazione”, perdendo parte del significato inglese. Infatti, il 𝑝𝑢𝑏𝑙𝑖𝑠ℎ𝑒𝑟 è l’editore e fare self-publishing significa 𝐟𝐚𝐫𝐞 𝐥’𝐞𝐝𝐢𝐭𝐨𝐫𝐞 𝐝𝐢 𝐬𝐞́ 𝐬𝐭𝐞𝐬𝐬𝐢. Non può bastare, quindi, scrivere un libro e auto-pubblicarlo, ma bisogna coordinare tutte quelle attività editoriali che un editore fa: editing, impaginazione, correzione di bozze e promozione, il tutto realizzato – si intende – da professionisti del settore.
Lascia un 𝑓𝑒𝑒𝑑𝑏𝑎𝑐𝑘 a questo 𝑝𝑜𝑠𝑡 e 𝑓𝑜𝑙𝑙𝑜𝑤 𝑢𝑠 sui 𝑠𝑜𝑐𝑖𝑎𝑙!
#11. «Sii avaro di citazioni. Diceva giustamente Emerson: “Odio le citazioni. Dimmi solo quello che sai tu”»
7 dicembre 2023
𝐔𝐦𝐛𝐞𝐫𝐭𝐨 𝐄𝐜𝐨 è immenso anche in questa undicesima delle 𝟒𝟎 𝐫𝐞𝐠𝐨𝐥𝐞 𝐩𝐞𝐫 𝐬𝐜𝐫𝐢𝐯𝐞𝐫𝐞 𝐛𝐞𝐧𝐞.
A volte, 𝐧𝐞𝐥 𝐩𝐚𝐫𝐥𝐚𝐭𝐨, citare una frase famosa può essere utile perché in essa troviamo una forza espressiva che altrimenti non riusciremmo a esprimere.
Ma è bene non esagerare con le citazioni: dicci tu quello che pensi, ché 𝐢𝐥 𝐭𝐮𝐨 𝐩𝐞𝐧𝐬𝐢𝐞𝐫𝐨 𝐞̀ 𝐮𝐧𝐢𝐜𝐨 𝐞 𝐢𝐫𝐫𝐢𝐩𝐞𝐭𝐢𝐛𝐢𝐥𝐞.
Un problema che affligge il nostro tempo è l’uso di 𝐜𝐢𝐭𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐢 𝐝𝐞𝐜𝐨𝐧𝐭𝐞𝐬𝐭𝐮𝐚𝐥𝐢𝐳𝐳𝐚𝐭𝐞 𝐨 𝐚𝐩𝐞𝐫𝐭𝐚𝐦𝐞𝐧𝐭𝐞 𝐟𝐚𝐥𝐬𝐞. «Il calabrone non può volare, ma lui non lo sa e vola lo stesso» non è una frase pronunciata, come si ripete spesso erroneamente, da 𝐀𝐥𝐛𝐞𝐫𝐭 𝐄𝐢𝐧𝐬𝐭𝐞𝐢𝐧 che, per altro, non è un entomologo ma un fisico.
Ancor più importante è evitare le citazioni 𝐢𝐧 𝐧𝐚𝐫𝐫𝐚𝐭𝐢𝐯𝐚. Chi scrive libri ha una grande responsabilità verso i propri lettori ed è suo dovere esporre il proprio pensiero nella forma più originale e autentica possibile. Magari, è ammissibile che un personaggio faccia ricorso alle citazioni, purché ciò sia giustificato da una necessità narrativa, come per esempio quella di caratterizzare il personaggio.
𝐈𝐧 𝐬𝐚𝐠𝐠𝐢𝐬𝐭𝐢𝐜𝐚, invece, la citazione è strumento fondamentale e imprescindibile. Bisogna però ricordare che, al di là delle specifiche norme redazionali di una casa editrice, l’uso della citazione è regolato dalla legge. Il 𝐝𝐢𝐫𝐢𝐭𝐭𝐨 𝐝𝐢 𝐜𝐢𝐭𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞, infatti, non deve violare il 𝐝𝐢𝐫𝐢𝐭𝐭𝐨 𝐝’𝐚𝐮𝐭𝐨𝐫𝐞.
Il diritto di citazione è liberamente esercitabile purché la riproduzione sia 𝐛𝐫𝐞𝐯𝐞 𝐞 𝐜𝐨𝐧𝐜𝐢𝐬𝐚, sia fatta per 𝐬𝐜𝐨𝐩𝐢 𝐜𝐮𝐥𝐭𝐮𝐫𝐚𝐥𝐢, 𝐝𝐢 𝐜𝐫𝐢𝐭𝐢𝐜𝐚 𝐨 𝐝𝐢 𝐝𝐢𝐬𝐜𝐮𝐬𝐬𝐢𝐨𝐧𝐞 e non serva a fare 𝐜𝐨𝐧𝐜𝐨𝐫𝐫𝐞𝐧𝐳𝐚 𝐞𝐜𝐨𝐧𝐨𝐦𝐢𝐜𝐚 all’autore citato. Per questo bisogna sempre indicare la fonte da cui la citazione è tratta, come titolo dell’opera, nomi degli autori e dell’eventuale traduttore.
Come disse 𝐃𝐚𝐧𝐭𝐞 𝐀𝐥𝐢𝐠𝐡𝐢𝐞𝐫𝐢: «Ricordatevi di commentare e di mettere like al post!».
#12. «I paragoni sono come le frasi fatte»
14 dicembre 2023
Il nostro caro 𝐔𝐦𝐛𝐞𝐫𝐭𝐨 𝐄𝐜𝐨 si fa persino autoreferenziale con la dodicesima delle 𝟒𝟎 𝐫𝐞𝐠𝐨𝐥𝐞 𝐩𝐞𝐫 𝐬𝐜𝐫𝐢𝐯𝐞𝐫𝐞 𝐛𝐞𝐧𝐞. Infatti, ricorderete che nella terza regola – la ricordate, sì? Vabbè, la riscriviamo: «𝐄𝐯𝐢𝐭𝐚 𝐥𝐞 𝐟𝐫𝐚𝐬𝐢 𝐟𝐚𝐭𝐭𝐞: 𝐞̀ 𝐦𝐢𝐧𝐞𝐬𝐭𝐫𝐚 𝐫𝐢𝐬𝐜𝐚𝐥𝐝𝐚𝐭𝐚» – ci sconsigliava l’uso delle frasi fatte e ora ci dice che i paragoni sono proprio come le frasi fatte: una minestra riscaldata.
Eh sì perché, credendo di apparire originali, può capitare di usare paragoni sentiti e risentiti, che non aiutano per niente a caratterizzare il nostro discorso.
In 𝐧𝐚𝐫𝐫𝐚𝐭𝐢𝐯𝐚, poi, un uso poco attento di paragoni, così come di similitudini (come quelle negli esempi successivi), rischia persino di annoiare il lettore.
«Il mio cuore batteva come un martello pneumatico», «la mia faccia era rossa come un peperone», «ha gli occhi blu come il cielo»: sono tutte similitudini che suonano stucchevoli perché 𝐧𝐨𝐧 𝐜𝐨𝐧𝐟𝐞𝐫𝐢𝐬𝐜𝐨𝐧𝐨 𝐚𝐥 𝐫𝐚𝐜𝐜𝐨𝐧𝐭𝐨 𝐚𝐥𝐜𝐮𝐧 𝐞𝐥𝐞𝐦𝐞𝐧𝐭𝐨 𝐧𝐮𝐨𝐯𝐨, 𝐨𝐫𝐢𝐠𝐢𝐧𝐚𝐥𝐞, 𝐞𝐟𝐟𝐢𝐜𝐚𝐜𝐞.
Con tutti questi “come” si vorrebbe donare maggiore “visività” al racconto ma, in realtà, si finisce solo per appesantire la narrazione.
Il 𝐩𝐚𝐫𝐚𝐠𝐨𝐧𝐞, lo ricordiamo, è quella 𝐟𝐢𝐠𝐮𝐫𝐚 𝐫𝐞𝐭𝐨𝐫𝐢𝐜𝐚 che chiarisce un concetto paragonandolo a qualcos’altro. Elemento imprescindibile è che i due termini siano interscambiabili (altrimenti si tratta di una 𝐬𝐢𝐦𝐢𝐥𝐢𝐭𝐮𝐝𝐢𝐧𝐞).
Conoscevi questa figura retorica? Facci sapere 𝒄𝒐𝒎𝒆 usi i 𝒄𝒐𝒎𝒆 nei tuoi libri, se lo fai 𝒄𝒐𝒎𝒆 negli esempi di sopra o 𝒄𝒐𝒎𝒆 suggerisce Umberto Eco.
#13. «Non essere ridondante; non ripetere due volte la stessa cosa; ripetere è superfluo (per ridondanza s’intende la spiegazione inutile di qualcosa che il lettore ha già capito)»
21 dicembre 2023
«Ripetiamolo di nuovo: l’unica certezza sicura è di dover sfregare con forza la cute prima di pettinarsi i capelli!».
No, aspettate un attimo! Non sono diventato matto e, lo vedrete presto, la frase che ho appena scritto ha senso. Ormai lo sapete, non resisto mai alla tentazione di scherzare quando si parla delle 𝟒𝟎 𝐫𝐞𝐠𝐨𝐥𝐞 𝐩𝐞𝐫 𝐬𝐜𝐫𝐢𝐯𝐞𝐫𝐞 𝐛𝐞𝐧𝐞 𝐝𝐢 𝐔𝐦𝐛𝐞𝐫𝐭𝐨 𝐄𝐜𝐨.
Con la 𝐭𝐫𝐞𝐝𝐢𝐜𝐞𝐬𝐢𝐦𝐚 𝐫𝐞𝐠𝐨𝐥𝐚 ci addentriamo nelle 𝐫𝐢𝐝𝐨𝐧𝐝𝐚𝐧𝐳𝐞, quelle parole che, se mancassero, nessuno le rimpiangerebbe, perché non arricchiscono il significato della frase.
Vediamo insieme cosa ho scritto, esagerando un po’, in apertura di post: “𝐫𝐢𝐩𝐞𝐭𝐢𝐚𝐦𝐨𝐥𝐨 𝐝𝐢 𝐧𝐮𝐨𝐯𝐨” è una ridondanza, perché il solo verbo ripetere basta a indicare che una determinata cosa viene detta di nuovo. Lo stesso vale per “𝐜𝐞𝐫𝐭𝐞𝐳𝐳𝐚 𝐬𝐢𝐜𝐮𝐫𝐚”, così come “𝐬𝐟𝐫𝐞𝐠𝐚𝐫𝐞 𝐜𝐨𝐧 𝐟𝐨𝐫𝐳𝐚” e “𝐩𝐞𝐭𝐭𝐢𝐧𝐚𝐫𝐬𝐢 𝐢 𝐜𝐚𝐩𝐞𝐥𝐥𝐢”.
Avremmo potuto avere lo stesso identico significato scrivendo: «Ripetiamolo: l’unica certezza è di dover sfregare la cute prima di pettinarsi». Più semplice, ma più incisivo. Facile, no?
𝐈𝐧 𝐧𝐚𝐫𝐫𝐚𝐭𝐢𝐯𝐚 le ridondanze sono un nemico temibile, quasi invisibile per chi scrive, e inficiano tremendamente sull’𝐢𝐧𝐜𝐢𝐬𝐢𝐯𝐢𝐭𝐚̀ della scrittura.
Esiste una cura contro la piaga delle ridondanze? Ma certo: affidare il proprio dattiloscritto a un bravo editor, possibilmente 𝐕𝐢𝐯𝐢 𝐥’𝐞𝐝𝐢𝐭𝐨𝐫!
#14. «Solo gli stronzi usano parole volgari»
11 gennaio 2024
Che birichino, 𝐔𝐦𝐛𝐞𝐫𝐭𝐨 𝐄𝐜𝐨! Per la quattordicesima delle 𝟒𝟎 𝐫𝐞𝐠𝐨𝐥𝐞 𝐩𝐞𝐫 𝐬𝐜𝐫𝐢𝐯𝐞𝐫𝐞 𝐛𝐞𝐧𝐞, siamo costretti a camuffare la parola str@nzi, onde evitare di far arrabbiare gli implacabili 𝐚𝐥𝐠𝐨𝐫𝐢𝐭𝐦𝐢 𝐝𝐞𝐢 𝐬𝐨𝐜𝐢𝐚𝐥 – a tal proposito, fateci sapere nei commenti se vi piacerebbe un carosello dedicato al cosiddetto “𝐚𝐥𝐠𝐨𝐬𝐩𝐞𝐚𝐤”, quel linguaggio cifrato usato per eludere i filtri sui social (noi lo detestiamo!).
Partiamo con il dire che la parola “𝐯𝐨𝐥𝐠𝐚𝐫𝐞” ha origine dal latino “𝑣𝑢𝑙𝑔𝑎𝑟𝑖𝑠”, che deriva a sua volta da “𝑣𝑢𝑙𝑔𝑢𝑠”, cioè “𝐯𝐨𝐥𝐠𝐨”, “𝐜𝐥𝐚𝐬𝐬𝐞 𝐩𝐨𝐩𝐨𝐥𝐚𝐫𝐞”. 𝐎𝐫𝐢𝐠𝐢𝐧𝐚𝐫𝐢𝐚𝐦𝐞𝐧𝐭𝐞 𝐧𝐨𝐧 𝐚𝐯𝐞𝐯𝐚 𝐮𝐧𝐚 𝐜𝐨𝐧𝐧𝐨𝐭𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐧𝐞𝐠𝐚𝐭𝐢𝐯𝐚 mentre oggi “volgare” è usato principalmente per indicare il 𝐭𝐮𝐫𝐩𝐢𝐥𝐨𝐪𝐮𝐢𝐨. La volgarità è propria di chi manca di cultura, di nobiltà, di eleganza o, più in generale, di chi parla o agisce al di fuori del buon gusto.
In questo senso, ha perfettamente ragione Eco: 𝐥𝐞 𝐯𝐨𝐥𝐠𝐚𝐫𝐢𝐭𝐚̀ 𝐪𝐮𝐚𝐥𝐢𝐟𝐢𝐜𝐚𝐧𝐨 𝐧𝐞𝐠𝐚𝐭𝐢𝐯𝐚𝐦𝐞𝐧𝐭𝐞 𝐜𝐡𝐢 𝐥𝐞 𝐩𝐫𝐨𝐧𝐮𝐧𝐜𝐢𝐚 e sono senz’altro da evitare.
#15. «Sii sempre più o meno specifico»
18 gennaio 2024
«Era abbastanza certo di conoscere la verità», «Sentendo quelle parole si infuriò un po’», «In quell’occasione si mostrò quasi prepotente». Ah, quante volte ci capita di leggere frasi simili nei manoscritti!
Spesso nei commenti ai nostri autori e alle nostre autrici, domandiamo: «Ma è certo/infuriato/prepotente, oppure no?». E 𝐥’𝐢𝐧𝐯𝐢𝐭𝐨 𝐞̀ 𝐬𝐞𝐦𝐩𝐫𝐞 𝐥𝐨 𝐬𝐭𝐞𝐬𝐬𝐨: 𝐜𝐞𝐫𝐜𝐚𝐫𝐞 𝐝𝐢 𝐞𝐬𝐬𝐞𝐫𝐞 𝐩𝐢𝐮̀ 𝐬𝐩𝐞𝐜𝐢𝐟𝐢𝐜𝐢, proprio come ci ricorda 𝐔𝐦𝐛𝐞𝐫𝐭𝐨 𝐄𝐜𝐨 con la 15esima delle 𝟒𝟎 𝐫𝐞𝐠𝐨𝐥𝐞 𝐩𝐞𝐫 𝐬𝐜𝐫𝐢𝐯𝐞𝐫𝐞 𝐛𝐞𝐧𝐞.
Infatti, mentre scriviamo il nostro bel romanzo, è importante non risultare vaghi, a meno che non ci siano oggettivi motivi narrativi, come per esempio la necessità di mostrare un tratto distintivo di un nostro personaggio o la volontà ben architettata di confondere il lettore. In tutti gli altri casi, ricordiamoci le parole di 𝐆𝐚𝐥𝐢𝐥𝐞𝐨 𝐆𝐚𝐥𝐢𝐥𝐞𝐢: «𝐏𝐚𝐫𝐥𝐚𝐫𝐞 𝐨𝐬𝐜𝐮𝐫𝐚𝐦𝐞𝐧𝐭𝐞 𝐥𝐨 𝐬𝐚 𝐟𝐚𝐫𝐞 𝐨𝐠𝐧𝐮𝐧𝐨, 𝐦𝐚 𝐜𝐡𝐢𝐚𝐫𝐨 𝐩𝐨𝐜𝐡𝐢𝐬𝐬𝐢𝐦𝐢».
Ma qui ci preme sottolineare anche che 𝐞𝐬𝐬𝐞𝐫𝐞 𝐬𝐩𝐞𝐜𝐢𝐟𝐢𝐜𝐢 𝐧𝐨𝐧 𝐬𝐢𝐠𝐧𝐢𝐟𝐢𝐜𝐚 𝐞𝐬𝐬𝐞𝐫𝐞 𝐜𝐨𝐦𝐩𝐥𝐢𝐜𝐚𝐭𝐢.
Nel mondo anglosassone riecheggia spesso un principio che sa di massima: 𝐊𝐈𝐒𝐒, che non è un invito a baciare qualcuno quanto un acronimo che sta per 𝑲𝒆𝒆𝒑 𝑰𝒕 𝑺𝒊𝒎𝒑𝒍𝒆, 𝑺𝒕𝒖𝒑𝒊𝒅! In altre parole: ricordati di farla semplice ma anche – aggiungiamo noi – precisa.
E come si fa, 𝐢𝐧 𝐧𝐚𝐫𝐫𝐚𝐭𝐢𝐯𝐚, a risultare 𝐬𝐞𝐦𝐩𝐥𝐢𝐜𝐢 𝐦𝐚 𝐬𝐩𝐞𝐜𝐢𝐟𝐢𝐜𝐢?
È la classica domanda da 1 milione di dollari per la quale non esiste una risposta definitiva. Il consiglio è quello di sforzarsi sempre di 𝐜𝐞𝐫𝐜𝐚𝐫𝐞 𝐥𝐞 𝐩𝐚𝐫𝐨𝐥𝐞 𝐩𝐢𝐮̀ 𝐚𝐩𝐩𝐫𝐨𝐩𝐫𝐢𝐚𝐭𝐞, ma con l’obiettivo di 𝐫𝐞𝐧𝐝𝐞𝐫𝐞 𝐬𝐞𝐦𝐩𝐥𝐢𝐜𝐞 𝐥𝐚 𝐥𝐞𝐭𝐭𝐮𝐫𝐚 e non di far sfoggio di erudizione.
A meno che il nostro lettore ideale, il 𝑙𝑒𝑐𝑡𝑜𝑟 𝑖𝑛 𝑓𝑎𝑏𝑢𝑙𝑎, non sia un esperto di 𝐬𝐞𝐦𝐢𝐨𝐥𝐨𝐠𝐢𝐚 come Umberto Eco. Allora sì! In quel caso possiamo essere complicati ma, mai e poi mai, vaghi.
Raccontaci piuttosto e anzichenò dettagliatamente quali sono quelle frasi quasi imprecise che ti fanno un po’ indemoniare!
#16. «L’iperbole è la più straordinaria delle tecniche espressive»
25 gennaio 2024
𝐔𝐦𝐛𝐞𝐫𝐭𝐨 𝐄𝐜𝐨, con la sedicesima delle 𝟒𝟎 𝐫𝐞𝐠𝐨𝐥𝐞 𝐩𝐞𝐫 𝐬𝐜𝐫𝐢𝐯𝐞𝐫𝐞 𝐛𝐞𝐧𝐞, si conferma il migliore dell’universo!
Vabbè, anche noi abbiamo voluto usare il suo proverbiale umorismo per iniziare a parlare dell’𝐢𝐩𝐞𝐫𝐛𝐨𝐥𝐞.
Si tratta di una tra le 𝐟𝐢𝐠𝐮𝐫𝐞 𝐫𝐞𝐭𝐨𝐫𝐢𝐜𝐡𝐞 più celebri, il cui nome deriva dal greco ὑπερβολή (hyperbolḗ), che significa “gettare al di là”, quindi “𝐞𝐜𝐜𝐞𝐬𝐬𝐨”. È un’esagerazione architettata per dare enfasi al fraseggio pur nella sua totale inverosimiglianza.
𝐍𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐩𝐨𝐞𝐬𝐢𝐚, 𝐩𝐨𝐢, 𝐞̀ 𝐮𝐧 𝐞𝐥𝐞𝐦𝐞𝐧𝐭𝐨 𝐪𝐮𝐚𝐬𝐢 𝐢𝐫𝐫𝐢𝐧𝐮𝐧𝐜𝐢𝐚𝐛𝐢𝐥𝐞.
Tutti i grandi poeti di ogni tempo hanno usato l’iperbole. A titolo di esempio, citiamo solo una poesia di 𝐄𝐮𝐠𝐞𝐧𝐢𝐨 𝐌𝐨𝐧𝐭𝐚𝐥𝐞: «Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un 𝐦𝐢𝐥𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐝𝐢 𝐬𝐜𝐚𝐥𝐞 e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino», dove quel “milione di scale” rappresenta proprio un’iperbole.
Quando però ci muoviamo nell’𝐚𝐦𝐛𝐢𝐭𝐨 𝐝𝐞𝐥𝐥’𝐢𝐦𝐩𝐨𝐬𝐬𝐢𝐛𝐢𝐥𝐞, e non dell’inverosimile, non abbiamo un’iperbole ma un’altra figura retorica: l’𝐚𝐝𝐲𝐧𝐚𝐭𝐨𝐧. Consiste nel mettere a confronto due situazioni di cui una del tutto impossibile. L’esempio più celebre è forse il «𝐒’𝐢’ 𝐟𝐨𝐬𝐬𝐞 𝐟𝐨𝐜𝐨, 𝐚𝐫𝐝𝐞𝐫𝐞𝐢 ’𝐥 𝐦𝐨𝐧𝐝𝐨» di 𝐂𝐞𝐜𝐜𝐨 𝐀𝐧𝐠𝐢𝐨𝐥𝐢𝐞𝐫𝐢.
𝐈𝐧 𝐧𝐚𝐫𝐫𝐚𝐭𝐢𝐯𝐚 l’iperbole può essere utile a caratterizzare un personaggio, quindi nei dialoghi. La sconsigliamo per la voce narrante, ma ci possono essere eccezioni, per esempio, se la narrazione è affidata a un bambino.
Sappiate che mi strapperei tutti i capelli dalla testa pur di conoscere un millesimo della vostra opinione sulle iperboli. Ci aspettiamo una montagna di commenti!
#17. «Non fare frasi di una sola parola. Eliminale»
1 febbraio 2024
Per la rubrica 𝟒𝟎 𝐫𝐞𝐠𝐨𝐥𝐞 𝐩𝐞𝐫 𝐬𝐜𝐫𝐢𝐯𝐞𝐫𝐞 𝐛𝐞𝐧𝐞 𝐝𝐢 𝐔𝐦𝐛𝐞𝐫𝐭𝐨 𝐄𝐜𝐨, oggi è il turno della 𝟏𝟕𝐞𝐬𝐢𝐦𝐚.
Cominciamo!
Ah, ho già fatto un errore?
Cancello.
Un altro errore?
Si scherza, ovviamente, travolti dall’ironia del maestro. Il consiglio di Eco che riportiamo oggi è molto chiaro: bisogna 𝐞𝐯𝐢𝐭𝐚𝐫𝐞 𝐪𝐮𝐞𝐥𝐥𝐞 𝐟𝐫𝐚𝐬𝐢 𝐜𝐨𝐦𝐩𝐨𝐬𝐭𝐞 𝐝𝐚 𝐮𝐧𝐚 𝐬𝐨𝐥𝐚 𝐩𝐚𝐫𝐨𝐥𝐚 che, in qualche modo, sfilacciano il discorso col rischio di innervosire il lettore.
Le frasi, anche in uno 𝐬𝐭𝐢𝐥𝐞 𝐩𝐚𝐫𝐚𝐭𝐚𝐭𝐭𝐢𝐜𝐨, ovvero composto da poche o assenti frasi subordinate, dovrebbero poter essere legate dalle congiunzioni e collegate attraverso dei connettivi logici.
Abbiamo motivo di credere che questo sia un consiglio rivolto principalmente ai 𝐠𝐢𝐨𝐫𝐧𝐚𝐥𝐢𝐬𝐭𝐢 e a 𝐜𝐡𝐢 𝐬𝐢 𝐨𝐜𝐜𝐮𝐩𝐚 𝐝𝐢 𝐬𝐚𝐠𝐠𝐢𝐬𝐭𝐢𝐜𝐚, dove l’architettura del periodo e la chiarezza espositiva sono alla base di una buona scrittura.
La 𝐧𝐚𝐫𝐫𝐚𝐭𝐢𝐯𝐚 non sfugge a queste regole ma, ormai lo sappiamo, è ricca di eccezioni. Per esempio, potremmo aver bisogno di 𝐚𝐜𝐜𝐞𝐥𝐞𝐫𝐚𝐫𝐞 𝐢𝐥 𝐫𝐢𝐭𝐦𝐨 𝐧𝐚𝐫𝐫𝐚𝐭𝐢𝐯𝐨 e di trasmettere al lettore un senso di urgenza e di affanno attraverso uno stile più sincopato e ricco di pause.
𝐅𝐚𝐜𝐜𝐢𝐨 𝐮𝐧 𝐞𝐬𝐞𝐦𝐩𝐢𝐨:
“Pincopallo corse a perdifiato lungo la strada, girò a sinistra e si immise in un vicoletto, poi girò a destra con la speranza di aver seminato Pallopinco e gli altri, ma purtroppo sentiva i loro passi a poca distanza da lui così decise di continuare a correre”.
Guardate cosa succede se metto qua e là qualche frase di una o due parole e cambio la punteggiatura:
“Pincopallo corse a perdifiato lungo la strada. Girò a sinistra. Si immise in un vicoletto. Girò di nuovo. A destra questa volta. Forse aveva seminato Pallopinco e gli altri. No! I loro passi erano a poca distanza da lui. Arrivavano. Non aveva scelta. Doveva correre”.
Così 𝐢𝐥 𝐫𝐢𝐭𝐦𝐨 𝐞̀ 𝐝𝐢𝐯𝐞𝐫𝐬𝐨 e rende meglio il panico provato dal personaggio, permettendoci una più rapida 𝐢𝐦𝐦𝐞𝐝𝐞𝐬𝐢𝐦𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞.
Cosa. Ne. Pensate? Scrivete. Nei. Commenti. Se. Siete. D’accordo.
#18. «Guardati dalle metafore troppo ardite: sono piume sulle scaglie di un serpente»
8 febbraio 2024
𝐋𝐚 𝐦𝐞𝐭𝐚𝐟𝐨𝐫𝐚 𝐞̀ 𝐮𝐧𝐚 𝐟𝐢𝐠𝐮𝐫𝐚 𝐫𝐞𝐭𝐨𝐫𝐢𝐜𝐚 𝐬𝐭𝐫𝐚𝐨𝐫𝐝𝐢𝐧𝐚𝐫𝐢𝐚 e la grande letteratura si riconosce, anche, dalla capacità di maneggiarla. 𝐔𝐦𝐛𝐞𝐫𝐭𝐨 𝐄𝐜𝐨, dunque, con questa 𝟏𝟖𝐞𝐬𝐢𝐦𝐚 delle 𝟒𝟎 𝐫𝐞𝐠𝐨𝐥𝐞 𝐩𝐞𝐫 𝐬𝐜𝐫𝐢𝐯𝐞𝐫𝐞 𝐛𝐞𝐧𝐞 ha preso un abbaglio? Non scherziamo! Ciò che ci dice, infatti, è di evitare le metafore ardite! Ma andiamo con ordine.
Metafora deriva dal greco μεταϕέρω, che significa “𝐢𝐨 𝐭𝐫𝐚𝐬𝐟𝐞𝐫𝐢𝐬𝐜𝐨” ed è un processo linguistico espressivo. Potremmo definirla come 𝐮𝐧𝐚 𝐬𝐢𝐦𝐢𝐥𝐢𝐭𝐮𝐝𝐢𝐧𝐞 𝐬𝐨𝐭𝐭𝐢𝐧𝐭𝐞𝐬𝐚, perché mancano quei termini usati per esprimere il paragone (“come”, “sembra”, “assomiglia”, eccetera).
La metafora permette di 𝐭𝐫𝐚𝐬𝐟𝐢𝐠𝐮𝐫𝐚𝐫𝐞 𝐢𝐥 𝐫𝐞𝐚𝐥𝐞 e ha il potere di 𝐝𝐞𝐬𝐜𝐫𝐢𝐯𝐞𝐫𝐞 𝐢𝐥 𝐦𝐨𝐧𝐝𝐨 𝐢𝐧 𝐮𝐧𝐚 𝐟𝐨𝐫𝐦𝐚 𝐧𝐮𝐨𝐯𝐚. È esattamente il dono della 𝐩𝐨𝐞𝐬𝐢𝐚, per cui non sentiamo necessario sottolineare il valore e la forza della metafora nella poesia.
𝐈𝐧 𝐧𝐚𝐫𝐫𝐚𝐭𝐢𝐯𝐚 𝐢𝐥 𝐝𝐢𝐬𝐜𝐨𝐫𝐬𝐨 𝐞̀ 𝐩𝐢𝐮̀ 𝐜𝐨𝐦𝐩𝐥𝐞𝐬𝐬𝐨 e ci sentiamo di consigliarne l’uso solo in determinate situazioni, sempre ben congegnate da un punto di vista stilistico.
Infatti, è vero che può esserci della poesia anche nella prosa ma – ed è qui che ha perfettamente ragione Eco – 𝐥𝐚 𝐦𝐞𝐭𝐚𝐟𝐨𝐫𝐚 𝐧𝐨𝐧 𝐝𝐞𝐯𝐞 𝐞𝐬𝐬𝐞𝐫𝐞 𝐚𝐫𝐝𝐢𝐭𝐚, 𝐬𝐭𝐫𝐮𝐦𝐞𝐧𝐭𝐚𝐥𝐞, 𝐨 𝐟𝐢𝐧𝐞 𝐚 𝐬𝐞́ 𝐬𝐭𝐞𝐬𝐬𝐚. In questi casi la metafora perderebbe la sua capacità di ridisegnare il mondo perché il lettore sarà portato soltanto a concentrarsi sull’artificio retorico e non sul fatto descritto. Il rischio, per chi scrive, è di fare un 𝐠𝐨𝐟𝐟𝐨 𝐭𝐞𝐧𝐭𝐚𝐭𝐢𝐯𝐨 𝐝𝐢 𝐚𝐥𝐳𝐚𝐫𝐞 𝐢𝐥 𝐩𝐫𝐨𝐩𝐫𝐢𝐨 𝐬𝐭𝐢𝐥𝐞 𝐧𝐚𝐫𝐫𝐚𝐭𝐢𝐯𝐨. Il lettore lo percepirà come un trucco mal riuscito e potrebbe decidere di chiudere per sempre quel libro.
Ricordate, quindi: in narrativa la metafora non è una saetta indomita che squarcia un cielo altrimenti sereno, ma è una luce che naturalmente colora e dà vividezza a una scena già di per sé perfetta!
Per qualsiasi dubbio, meglio chiedere a Vivi l’editor!
#19. «Metti, le virgole, al posto giusto»
15 febbraio 2024
𝐀𝐡, 𝐥𝐚 𝐩𝐮𝐧𝐭𝐞𝐠𝐠𝐢𝐚𝐭𝐮𝐫𝐚! Questa sconosciuta. Chi ha la fortuna come noi di lavorare con i libri sa quante lacrime amare si versano per colpa di qualche 𝐯𝐢𝐫𝐠𝐨𝐥𝐚 𝐬𝐛𝐚𝐠𝐥𝐢𝐚𝐭𝐚.
Pensiamo alla povera nonna della frase “Vado a mangiare nonna”. Una virgola prima del vocativo avrebbe evitato uno spiacevole episodio di c4nn1b*alism0.
E il caro 𝐔𝐦𝐛𝐞𝐫𝐭𝐨 𝐄𝐜𝐨 – che di libri capisce qualcosa, vero? – fa bene a ricordarci, nella 𝟏𝟗𝐞𝐬𝐢𝐦𝐚 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐞 𝟒𝟎 𝐫𝐞𝐠𝐨𝐥𝐞 𝐩𝐞𝐫 𝐬𝐜𝐫𝐢𝐯𝐞𝐫𝐞 𝐛𝐞𝐧𝐞, l’importanza di mettere le virgole al punto giusto.
Il discorso sulla punteggiatura è ampio, e in un post non possiamo sostituirci a un libro di grammatica. Allora ci soffermeremo solo sul ricordare che 𝐥𝐚 𝐯𝐢𝐫𝐠𝐨𝐥𝐚 𝐞̀ 𝐮𝐧 𝐜𝐨𝐬𝐢𝐝𝐝𝐞𝐭𝐭𝐨 𝐬𝐞𝐠𝐧𝐨 𝐝𝐢 𝐢𝐧𝐭𝐞𝐫𝐩𝐮𝐧𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐝𝐞𝐛𝐨𝐥𝐞, perché serve a indicare graficamente che la frase necessita di una breve pausa. Saper usare nel modo corretto le virgole significa saper riportare le frasi con senso logico.
Un errore tipico è quello di piazzare la nostra bella virgola 𝐭𝐫𝐚 𝐢𝐥 𝐬𝐨𝐠𝐠𝐞𝐭𝐭𝐨 𝐞 𝐢𝐥 𝐩𝐫𝐞𝐝𝐢𝐜𝐚𝐭𝐨 o tra il predicato e il complemento oggetto, come nella frase “𝐏𝐢𝐞𝐫𝐢𝐧𝐨, 𝐧𝐨𝐧 𝐚𝐦𝐚 𝐚𝐧𝐝𝐚𝐫𝐞 𝐚 𝐬𝐜𝐮𝐨𝐥𝐚”. Ecco: l’errore è puramente logico e quella virgola, così com’è, non serve proprio a nulla se non a 𝐬𝐩𝐞𝐳𝐳𝐚𝐫𝐞 𝐢𝐦𝐦𝐨𝐭𝐢𝐯𝐚𝐭𝐚𝐦𝐞𝐧𝐭𝐞 𝐢𝐥 𝐝𝐢𝐬𝐜𝐨𝐫𝐬𝐨 e a far piangere editor e correttori di bozze.
Scolpiamo tutti quanti insieme nel nostro cuore questa regoletta: 𝐮𝐧𝐚 𝐯𝐢𝐫𝐠𝐨𝐥𝐚 𝐧𝐨𝐧 𝐝𝐞𝐯𝐞 𝐬𝐞𝐩𝐚𝐫𝐚𝐫𝐞 𝐢𝐥 𝐬𝐨𝐠𝐠𝐞𝐭𝐭𝐨 𝐞 𝐢𝐥 𝐬𝐮𝐨 𝐩𝐫𝐞𝐝𝐢𝐜𝐚𝐭𝐨!
E finiamo con una piccola annotazione: finora abbiamo parlato di 𝒖𝒏𝒂 virgola, ma a volte le virgole possono viaggiare in coppia. Per esempio quando servono a indicare 𝐮𝐧 𝐢𝐧𝐜𝐢𝐬𝐨, come nella frase “𝐏𝐢𝐞𝐫𝐢𝐧𝐨, 𝐢𝐥 𝐝𝐢𝐬𝐜𝐨𝐥𝐨, 𝐧𝐨𝐧 𝐚𝐦𝐚 𝐚𝐧𝐝𝐚𝐫𝐞 𝐚 𝐬𝐜𝐮𝐨𝐥𝐚”.
E voi, nostri piccoli discoli, amavate andare a scuola durante le ore di grammatica? Se, sì, scrivetelo, nei, commenti!
#20. «Distingui tra la funzione del punto e virgola e quella dei due punti: anche se non è facile»
22 febbraio 2024
Con la 𝟐𝟎𝐞𝐬𝐢𝐦𝐚 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐞 𝟒𝟎 𝐫𝐞𝐠𝐨𝐥𝐞 𝐩𝐞𝐫 𝐬𝐜𝐫𝐢𝐯𝐞𝐫𝐞 𝐛𝐞𝐧𝐞, si apre una questione assai spinosa: 𝐜𝐨𝐦𝐞 𝐬𝐢 𝐮𝐬𝐚𝐧𝐨 𝐢𝐥 𝐩𝐮𝐧𝐭𝐨 𝐞 𝐯𝐢𝐫𝐠𝐨𝐥𝐚 𝐞 𝐢 𝐝𝐮𝐞 𝐩𝐮𝐧𝐭𝐢? Grazie alla sua ironia, di certo Eco ci mostra, in questa frase, come non usare i due punti.
La funzione classica, per così dire “scolastica”, dei 𝐝𝐮𝐞 𝐩𝐮𝐧𝐭𝐢 è quella di introdurre un elenco o di spiegare qualcosa che è contenuto nella frase principale. Mi piace citare Baricco a proposito di questo segno di interpunzione: “Il 𝑑𝑢𝑒𝑝𝑢𝑛𝑡𝑖 detta una sospensione di tempo, e accende l’attesa di qualcosa di straordinario. Quel che fa è: promettere”.
Il 𝐩𝐮𝐧𝐭𝐨 𝐞 𝐯𝐢𝐫𝐠𝐨𝐥𝐚 è ufficialmente il segno meno usato e meno amato, in via di estinzione in narrativa; serve a porre fine a un concetto espresso da una frase e ricollegarsi al senso generale del discorso. Leonardo Luccone, nel suo 𝑄𝑢𝑒𝑠𝑡𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑑𝑖 𝑣𝑖𝑟𝑔𝑜𝑙𝑒 dedica un’intera sezione al punto e virgola; sarà interessante scoprire tutti gli usi che questo segno può avere. Rimando anche al capitolo “La punteggiatura” contenuto nella 𝑃𝑟𝑖𝑚𝑎 𝑙𝑒𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑑𝑖 𝑔𝑟𝑎𝑚𝑚𝑎𝑡𝑖𝑐𝑎 di Luca Serianni o al libro 𝑃𝑟𝑜𝑛𝑡𝑢𝑎𝑟𝑖𝑜 𝑑𝑖 𝑝𝑢𝑛𝑡𝑒𝑔𝑔𝑖𝑎𝑡𝑢𝑟𝑎 di Bice Mortara Garavelli, ma vi divertirete anche leggendo 𝐶𝑜𝑚𝑒 𝑛𝑜𝑛 𝑠𝑐𝑟𝑖𝑣𝑒𝑟𝑒 di Claudio Giunta.
Si sconsiglia di solito di inserire i due punti dopo il punto e virgola e viceversa, anche se la grande letteratura spesso ci dimostra che non sempre questa è una scelta sbagliata.
Un’aggiunta che mi sembra doverosa: dopo il punto e virgola e i due punti, in italiano, la lettera che segue non è mai una maiuscola (a meno che non sia un nome proprio, s’intende!).
Esistono due team, che chiameremo per praticità, team Valerio e team Vincenza: il primo è il comitato “Salviamo il punto e virgola”, il secondo è “Abbasso il punto e virgola”.
Voi di quale fate parte? Siete di quelli che difendono il punto e virgola o di quelli che ne fanno volentieri a meno?
#21. «Se non trovi l’espressione italiana adatta non ricorrere mai all’espressione dialettale: peso el tacòn del buso»
29 febbraio 2024
A Padova si dice così, 𝑝𝑒𝑠𝑜 𝑒𝑙 𝑡𝑎𝑐𝑜̀𝑛 𝑑𝑒𝑙 𝑏𝑢𝑠𝑜, per dire che la toppa è peggio del buco. E io trovo che questa espressione sia magnifica. Così come magnifica è la ricchezza dialettale che brilla in tutti gli angoli d’Italia.
Con questa 𝟐𝟏𝐞𝐬𝐢𝐦𝐚 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐞 𝟒𝟎 𝐫𝐞𝐠𝐨𝐥𝐞 𝐩𝐞𝐫 𝐬𝐜𝐫𝐢𝐯𝐞𝐫𝐞 𝐛𝐞𝐧𝐞, Umberto Eco non sta certamente muovendo guerra ai dialetti nostrani. La questione è che il dialetto è una ricchezza se siamo in grado di padroneggiarlo tanto quanto l’italiano. Dobbiamo, cioè, essere bilingue e dobbiamo saper riconoscere in che misura e in quali contesti scegliere l’italiano o il nostro dialetto.
Lo ammetto: per me che sono romano è operazione un poco più semplice che per gli altri.
Si sa che l’italiano nasce sul modello toscano, di cui quello laziale è “fratello” stretto. Inoltre, il dialetto di Roma si è vestito di italianità grazie a quei giganti del cinema che lo hanno reso un dialetto nazional-popolare come Sofia Loren, Gigi Proietti, Aldo Fabrizi, Anna Magnani, Carlo Verdone e tanti altri. Per questo motivo è molto difficile parlare in dialetto romanesco e non essere compresi dagli altri italiani (anche se ci sono state molte polemiche al riguardo su 𝑆𝑡𝑟𝑎𝑝𝑝𝑎𝑟𝑒 𝑙𝑢𝑛𝑔𝑜 𝑖 𝑏𝑜𝑟𝑑𝑖 di Zerocalcare), per via dell’innegabile influenza e vicinanza che il romanesco ha con l’italiano.
𝐏𝐞𝐫 𝐚𝐥𝐭𝐫𝐢 𝐝𝐢𝐚𝐥𝐞𝐭𝐭𝐢 𝐢𝐥 𝐫𝐢𝐬𝐜𝐡𝐢𝐨 𝐝𝐢 𝐧𝐨𝐧 𝐜𝐚𝐩𝐢𝐫𝐜𝐢 𝐧𝐢𝐞𝐧𝐭𝐞 𝐞̀ 𝐦𝐨𝐥𝐭𝐨 𝐜𝐨𝐧𝐜𝐫𝐞𝐭𝐨, come dimostra l’esempio scelto da Umberto Eco.
In generale, credo che i dialetti mostrino tutta la loro magnificenza in quelle occasioni che potremmo definire comico-brillanti. Quando, cioè, vogliamo fare una battuta di spirito o quando vogliamo esprimere un concetto con un 𝐬𝐞𝐧𝐬𝐨 𝐝𝐢 𝐧𝐚𝐭𝐮𝐫𝐚𝐥𝐞𝐳𝐳𝐚 𝐞 𝐢𝐦𝐦𝐞𝐝𝐢𝐚𝐭𝐞𝐳𝐳𝐚. In questi casi, per quanto l’italiano sia una lingua bellissima e ricchissima, non può gareggiare con lo splendore vernacolare.
Ma ricordamose sempre quello che c’ha detto Eco: nun se po’ usa’ er dialetto solo perché ‘nse ricordamo come se dice in italiano!
#22. «Non usare metafore incongruenti anche se ti paiono “cantare”: sono come un cigno che deraglia»
7 marzo 2024
L’𝐢𝐧𝐜𝐨𝐧𝐠𝐫𝐮𝐞𝐧𝐳𝐚, una tra le insidie più fastidiose che si annidano nei dattiloscritti di tutto il mondo.
Il supremo 𝐔𝐦𝐛𝐞𝐫𝐭𝐨 𝐄𝐜𝐨 – siamo arrivati alla 𝟐𝟐𝐞𝐬𝐢𝐦𝐚 delle 𝟒𝟎 𝐫𝐞𝐠𝐨𝐥𝐞 𝐩𝐞𝐫 𝐬𝐜𝐫𝐢𝐯𝐞𝐫𝐞 𝐛𝐞𝐧𝐞 – scatena tutta la sua proverbiale ironia contro 𝐥’𝐢𝐧𝐜𝐨𝐧𝐠𝐫𝐮𝐞𝐧𝐳𝐚 𝐧𝐞𝐥𝐥𝐞 𝐦𝐞𝐭𝐚𝐟𝐨𝐫𝐞.
Ci aveva già ammoniti (era la regola 18) sull’usare con i guanti questa folgorante 𝐟𝐢𝐠𝐮𝐫𝐚 𝐫𝐞𝐭𝐨𝐫𝐢𝐜𝐚 e qui ci tiene a sottolineare come non ci sia niente di peggio di una metafora incongruente.
Perché? Semplice: come suggerisce l’etimologia della parola, la metafora serve a “𝐩𝐨𝐫𝐭𝐚𝐫𝐞 𝐨𝐥𝐭𝐫𝐞” il reale un concetto, a rivestirlo di poesia, a inondarlo di potenza e creatività. Per dirla come 𝐆𝐢𝐚𝐦𝐛𝐚𝐭𝐭𝐢𝐬𝐭𝐚 𝐕𝐢𝐜𝐨, la metafora è una «𝐩𝐢𝐜𝐜𝐢𝐨𝐥𝐚 𝐟𝐚𝐯𝐨𝐥𝐞𝐭𝐭𝐚», perché è un espediente piccolo piccolo in grado di narrare qualcosa in più della semplice realtà. E che figuraccia, allora, se usiamo male la metafora perché, nel tentativo di portare un po’ di poesia nella prosa, finiamo per mandare al macero 𝐟𝐨𝐫𝐦𝐚 𝐞 𝐜𝐨𝐧𝐭𝐞𝐧𝐮𝐭𝐨.
Fin qui – ve ne sarete senz’altro accorti, non è vero?! – ho intenzionalmente usato diverse metafore: usare i guanti, inondare, mandare al macero, eccetera. Questo per sottolineare come la metafora non sia un semplice strumento nelle mani dello scrittore arguto ma rappresenta una tendenza, 𝐮𝐧 𝐦𝐨𝐝𝐨 𝐝𝐢 𝐯𝐞𝐝𝐞𝐫𝐞 𝐞 𝐝𝐢 𝐬𝐞𝐧𝐭𝐢𝐫𝐞 𝐢𝐥 𝐦𝐨𝐧𝐝𝐨, che appartiene a tutti i parlanti di una lingua. La metafora alberga nella nostra mente, forgia i nostri pensieri e, quindi, le nostre parole. E trovarsene una incongruente davanti, per giunta all’interno di un libro, rischia davvero di 𝐜𝐨𝐦𝐩𝐫𝐨𝐦𝐞𝐭𝐭𝐞𝐫𝐞 𝐢𝐥 𝐧𝐨𝐬𝐭𝐫𝐨 𝐠𝐢𝐮𝐝𝐢𝐳𝐢𝐨 𝐬𝐮𝐥𝐥’𝐨𝐩𝐞𝐫𝐚.
Sarebbe come sbarrare il proprio grido di dolore al cuore più affamato! Ehm, vabbè… ci siamo capiti, no?!
Facci sapere nei commenti se anche il tuo cuore munge latte davanti a una metafora incongruente!
#23. «C’è davvero bisogno di domande retoriche?»
21 marzo 2024
Era davvero necessario che 𝐔𝐦𝐛𝐞𝐫𝐭𝐨 𝐄𝐜𝐨 scrivesse questa 𝟐𝟑𝐞𝐬𝐢𝐦𝐚 𝐫𝐞𝐠𝐨𝐥𝐚 𝐩𝐞𝐫 𝐬𝐜𝐫𝐢𝐯𝐞𝐫𝐞 𝐛𝐞𝐧𝐞?
Eheh, si scherza, ovviamente! Come ormai abbiamo imparato, le 40 regole per scrivere bene sono uno strumento capitale per ragionare su alcuni aspetti legati alla scrittura che, troppo spesso, vengono usati senza la necessaria consapevolezza.
Le 𝐝𝐨𝐦𝐚𝐧𝐝𝐞 𝐫𝐞𝐭𝐨𝐫𝐢𝐜𝐡𝐞 sono una 𝐟𝐢𝐠𝐮𝐫𝐚 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐫𝐞𝐭𝐨𝐫𝐢𝐜𝐚 𝐜𝐥𝐚𝐬𝐬𝐢𝐜𝐚 potentissima se, appunto, usata al momento giusto.
𝐋𝐚 𝐝𝐨𝐦𝐚𝐧𝐝𝐚 𝐫𝐞𝐭𝐨𝐫𝐢𝐜𝐚 𝐧𝐨𝐧 𝐚𝐯𝐚𝐧𝐳𝐚 𝐮𝐧𝐚 𝐯𝐞𝐫𝐚 𝐫𝐢𝐜𝐡𝐢𝐞𝐬𝐭𝐚 𝐝𝐢 𝐢𝐧𝐟𝐨𝐫𝐦𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐢 𝐦𝐚, 𝐢𝐦𝐩𝐥𝐢𝐜𝐢𝐭𝐚𝐦𝐞𝐧𝐭𝐞, 𝐩𝐫𝐞𝐯𝐞𝐝𝐞 𝐮𝐧𝐚 𝐫𝐢𝐬𝐩𝐨𝐬𝐭𝐚 𝐩𝐫𝐞𝐝𝐞𝐭𝐞𝐫𝐦𝐢𝐧𝐚𝐭𝐚. Più nello specifico, una domanda retorica serve a eliminare tutte quelle affermazioni che potrebbero contrastare l’affermazione implicita nella domanda. Si tratta, in poche parole, di un’affermazione mascherata da domanda che formuliamo per non avere obiezioni al nostro pensiero.
Il rischio di 𝐚𝐩𝐩𝐚𝐫𝐢𝐫𝐞 𝐩𝐫𝐞𝐬𝐮𝐧𝐭𝐮𝐨𝐬𝐢 è forte, per questo bisogna maneggiarla con cautela.
In 𝐧𝐚𝐫𝐫𝐚𝐭𝐢𝐯𝐚, tuttavia, può essere utile per diversi scopi.
Può essere, per esempio, una 𝐜𝐢𝐟𝐫𝐚 𝐬𝐭𝐢𝐥𝐢𝐬𝐭𝐢𝐜𝐚 del modo di parlare di un personaggio o del narratore.
In altri casi, la domanda retorica serve a 𝐜𝐚𝐭𝐭𝐮𝐫𝐚𝐫𝐞 𝐥’𝐚𝐭𝐭𝐞𝐧𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 del lettore o di un personaggio su uno specifico argomento, meglio se si tratta di un qualcosa che, altrimenti, potrebbe apparire ovvio o trascurabile.
Ma chi non fa uso di domande retoriche qualche volta? Fatecelo sapere nei commenti. Ma guardate che vogliamo saperlo davvero!
#24. «Sii conciso, cerca di condensare i tuoi pensieri nel minor numero di parole possibile, evitando frasi lunghe — o spezzate da incisi che inevitabilmente confondono il lettore poco attento — affinché il tuo discorso non contribuisca a quell’inquinamento dell’informazione che è certamente (specie quando inutilmente farcito di precisazioni inutili, o almeno non indispensabili) una delle tragedie di questo nostro tempo dominato dal potere dei media»
28 marzo 2024
Un uragano si è abbattuto sul nostro consueto post sulle 𝟒𝟎 𝐫𝐞𝐠𝐨𝐥𝐞 𝐩𝐞𝐫 𝐬𝐜𝐫𝐢𝐯𝐞𝐫𝐞 𝐛𝐞𝐧𝐞. È l’impareggiabile ironia di Umberto Eco che ci ha mollato ’sta pesantata di ramanzina per spiegarci il valore dell’𝐞𝐬𝐬𝐞𝐫𝐞 𝐬𝐢𝐧𝐭𝐞𝐭𝐢𝐜𝐢 e ci ha costretti a stravolgere la grafica del post.
È 𝐥’𝐚𝐧𝐭𝐢𝐜𝐚 𝐯𝐢𝐫𝐭𝐮̀ 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝒃𝒓𝒆𝒗𝒊𝒕𝒂𝒔, una tra le 𝑣𝑖𝑟𝑡𝑢𝑡𝑒𝑠 𝑛𝑎𝑟𝑟𝑎𝑡𝑖𝑜𝑛𝑖𝑠 più amate da retori e scrittori classici, da Isocrate a Fedro, da Quintiliano fino a Montale e Ungaretti, che hanno fatto della brevità non solo una cifra stilistica ma anche una corrente letteraria vera e propria.
Del resto, già 𝐢𝐥 𝐩𝐢𝐮̀ 𝐚𝐧𝐭𝐢𝐜𝐨 𝐭𝐫𝐚𝐭𝐭𝐚𝐭𝐨 𝐝𝐢 𝐫𝐞𝐭𝐨𝐫𝐢𝐜𝐚 𝐥𝐚𝐭𝐢𝐧𝐚 giunto a noi, il celebre 𝑹𝒉𝒆𝒕𝒐𝒓𝒊𝒄𝒂 𝒂𝒅 𝑯𝒆𝒓𝒆𝒏𝒏𝒊𝒖𝒎, definisce la 𝑏𝑟𝑒𝑣𝑖𝑡𝑎𝑠 come un argomento sviluppato con le parole strettamente necessarie. Una questione di efficienza, insomma, in cui otteniamo il massimo risultato possibile con il minimo dispendio di energia.
Ma ricordiamoci anche le parole, più caute, di 𝐀𝐫𝐢𝐬𝐭𝐨𝐭𝐞𝐥𝐞 che alla 𝑏𝑟𝑒𝑣𝑖𝑡𝑎𝑠 preferisce il τὸ μέτρον, la “𝐥𝐮𝐧𝐠𝐡𝐞𝐳𝐳𝐚 𝐦𝐢𝐬𝐮𝐫𝐚𝐭𝐚”, seguendo quell’antico precetto greco secondo il quale la felicità si trova nel κατά μέτρον, nella “𝐠𝐢𝐮𝐬𝐭𝐚 𝐦𝐢𝐬𝐮𝐫𝐚”.
𝐄 𝐢𝐧 𝐧𝐚𝐫𝐫𝐚𝐭𝐢𝐯𝐚? Beh, in generale, se non ci sono valide ragioni di fondo, noi 𝐜𝐨𝐧𝐬𝐢𝐠𝐥𝐢𝐚𝐦𝐨 𝐬𝐞𝐦𝐩𝐫𝐞 𝐝𝐢 𝐜𝐨𝐬𝐭𝐫𝐮𝐢𝐫𝐞 𝐩𝐞𝐫𝐢𝐨𝐝𝐢 𝐛𝐫𝐞𝐯𝐢, 𝐜𝐡𝐢𝐚𝐫𝐢 𝐞 𝐨𝐫𝐝𝐢𝐧𝐚𝐭𝐢, ché molto probabilmente, purtroppo, nessuno di noi passerà alla storia come il maestro di retorica del III millennio!
Infine, nei romanzi, ricordiamoci che molto spesso 𝐞̀ 𝐛𝐞𝐧 𝐩𝐢𝐮̀ 𝐩𝐨𝐭𝐞𝐧𝐭𝐞 𝐮𝐧 𝐝𝐢𝐚𝐥𝐨𝐠𝐨 𝐩𝐮𝐧𝐠𝐞𝐧𝐭𝐞, 𝐨 𝐮𝐧 𝐝𝐞𝐭𝐭𝐚𝐠𝐥𝐢𝐨 𝐚𝐩𝐩𝐚𝐫𝐞𝐧𝐭𝐞𝐦𝐞𝐧𝐭𝐞 𝐢𝐫𝐫𝐢𝐥𝐞𝐯𝐚𝐧𝐭𝐞, 𝐩𝐢𝐮𝐭𝐭𝐨𝐬𝐭𝐨 𝐜𝐡𝐞 𝐮𝐧𝐚 𝐥𝐮𝐧𝐠𝐡𝐢𝐬𝐬𝐢𝐦𝐚 𝐞 𝐧𝐨𝐢𝐨𝐬𝐢𝐬𝐬𝐢𝐦𝐚 𝐬𝐞𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐝𝐞𝐬𝐜𝐫𝐢𝐭𝐭𝐢𝐯𝐚.
In altre parole, in narrativa la 24esima regola di Umberto Eco diventa ancora più significativa: a volte, il valore di un romanzo non si misura nelle parole che ci dice, ma in quelle che non ci ha detto.
#25. «Gli accenti non debbono essere nè scorretti nè inutili, perchè chi lo fà sbaglia»
4 aprile 2024
Aaaaaah gli 𝐚𝐜𝐜𝐞𝐧𝐭𝐢 𝐠𝐫𝐚𝐟𝐢𝐜𝐢! Il buon 𝐔𝐦𝐛𝐞𝐫𝐭𝐨 𝐄𝐜𝐨 fa bene a scagliarsi contro un uso improvvido di questi piccoli, ma fondamentali, tratti della nostra amata lingua. Improvvido, sì! Perché non potete nemmeno immaginare quali e quante pulsioni si scatenino nel cuore di editor e correttori di bozze ogni volta che incontrano un accento sbagliato.
Per 𝐚𝐜𝐜𝐞𝐧𝐭𝐨 si può intendere quello 𝐠𝐫𝐚𝐟𝐢𝐜𝐨, quello 𝐭𝐨𝐧𝐢𝐜𝐨 o anche quello, per così dire, 𝐥𝐨𝐠𝐢𝐜𝐨 o oratorio. Ma, con questa 25esima delle 40 regole per scrivere bene di Eco, vogliamo concentrarci sul primo, cioè l’accento grafico.
Nell’ortografia italiana 𝐞𝐬𝐢𝐬𝐭𝐨𝐧𝐨 𝟑 𝐚𝐜𝐜𝐞𝐧𝐭𝐢 𝐠𝐫𝐚𝐟𝐢𝐜𝐢:
L’𝐚𝐜𝐜𝐞𝐧𝐭𝐨 𝐠𝐫𝐚𝐯𝐞 (che va dall’alto verso il basso) come quello di “città”, “cioè”, “caffè”, “giù”;
l’𝐚𝐜𝐜𝐞𝐧𝐭𝐨 𝐚𝐜𝐮𝐭𝐨 (dal basso verso l’alto) come in “perché”, “sé”, “né” e – per i nostri amici romani – “ahó”;
infine, il meno comune 𝐚𝐜𝐜𝐞𝐧𝐭𝐨 𝐜𝐢𝐫𝐜𝐨𝐧𝐟𝐥𝐞𝐬𝐬𝐨 (una sorta di freccia verso l’alto), tipico di una scrittura più ricercata per distinguere tra due parole omofone o omografe oppure per indicare il plurale di sostantivi e aggettivi in -io, come per esempio “principî”, plurale di principio.
Come spesso accade, errori simili possono apparire puramente stilistici ma, in realtà, hanno conseguenze anche pratiche. Sbagliare accento significa sbagliare pronuncia, significa avere poca consapevolezza del ritmo e della melodia delle parole, significa confondere tra loro parole omofone e omografe.
Infine, un errore imperdonabile (vabbè, vi perdoniamo lo stesso!) è quello di 𝐮𝐬𝐚𝐫𝐞 𝐥’𝐚𝐩𝐨𝐬𝐭𝐫𝐨𝐟𝐨 𝐚𝐥 𝐩𝐨𝐬𝐭𝐨 𝐝𝐞𝐥𝐥’𝐚𝐜𝐜𝐞𝐧𝐭𝐨: si scrive È, non E’!
Se avete bisogno di una vocale accentata che non è presente sulla tastiera, dovete premere in alto, alla voce “inserisci”. Tutto a destra trovate “simbolo”, cliccate, poi “altri simboli”.
Che dite: c’é la possiamo fà?!
#26. «Non si apostrofa un’articolo indeterminativo prima del sostantivo maschile»
11 aprile 2024
Le 𝟒𝟎 𝐫𝐞𝐠𝐨𝐥𝐞 𝐩𝐞𝐫 𝐬𝐜𝐫𝐢𝐯𝐞𝐫𝐞 𝐛𝐞𝐧𝐞 del maestro 𝐔𝐦𝐛𝐞𝐫𝐭𝐨 𝐄𝐜𝐨 non sono sempre vere e proprie 𝑟𝑒𝑔𝑜𝑙𝑒, quanto spunti di riflessione che ci aiutano, con ironia, a scrivere in modo più consapevole.
Più volte abbiamo sottolineato come in 𝐧𝐚𝐫𝐫𝐚𝐭𝐢𝐯𝐚, poi, le eccezioni alle regole siano utili per caratterizzare i personaggi o lo stile di scrittura.
Ma ecco la 𝟐𝟔𝐞𝐬𝐢𝐦𝐚 𝐫𝐞𝐠𝐨𝐥𝐚 che è… proprio una 𝑟𝑒𝑔𝑜𝑙𝑎. Guai a infrangerla!
𝐐𝐮𝐚𝐧𝐝𝐨 𝐥’𝐚𝐫𝐭𝐢𝐜𝐨𝐥𝐨 𝐢𝐧𝐝𝐞𝐭𝐞𝐫𝐦𝐢𝐧𝐚𝐭𝐢𝐯𝐨 𝐢𝐧𝐜𝐨𝐧𝐭𝐫𝐚 𝐮𝐧 𝐬𝐨𝐬𝐭𝐚𝐧𝐭𝐢𝐯𝐨 𝐦𝐚𝐬𝐜𝐡𝐢𝐥𝐞 𝐥’𝐚𝐩𝐨𝐬𝐭𝐫𝐨𝐟𝐨 𝐧𝐨𝐧 𝐯𝐚 𝐦𝐚𝐢 𝐦𝐞𝐬𝐬𝐨.
Eh sì, perché gli 𝐚𝐩𝐨𝐬𝐭𝐫𝐨𝐟𝐢 sono una cosa seria e 𝐧𝐨𝐧 𝐜𝐢 𝐬𝐨𝐧𝐨 𝐦𝐨𝐭𝐢𝐯𝐢 𝐯𝐚𝐥𝐢𝐝𝐢 𝐩𝐞𝐫 𝐮𝐬𝐚𝐫𝐥𝐢 𝐢𝐧 𝐦𝐨𝐝𝐨 𝐬𝐜𝐨𝐫𝐫𝐞𝐭𝐭𝐨.
Se proprio vogliamo fare uno sforzo di fantasia e immaginare una situazione in cui possiamo usare in modo errato l’apostrofo (come fa Eco scrivendo «𝐮𝐧’𝐚𝐩𝐨𝐬𝐭𝐫𝐨𝐟𝐨», ve ne siete accorti, sì?), penso a un biglietto d’amore o una lettera, che decidiamo di riportare nel nostro romanzo, scritta da un personaggio con un basso livello di istruzione, che quindi scriverà tutto in maniera sgrammaticata.
L’apostrofo indica 𝐥𝐚 𝐜𝐚𝐝𝐮𝐭𝐚 𝐝𝐢 𝒒𝒖𝒂𝒍𝒄𝒐𝒔𝒂 𝐢𝐧 𝐮𝐧𝐚 𝐩𝐚𝐫𝐨𝐥𝐚, è 𝐫𝐢𝐜𝐮𝐫𝐯𝐨 ed è sempre nello stesso verso (così: ’ ).
Si può avere l’𝐞𝐥𝐢𝐬𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐝𝐢 𝐮𝐧𝐚 𝐯𝐨𝐜𝐚𝐥𝐞 𝐟𝐢𝐧𝐚𝐥𝐞 (𝑢𝑛𝑎 𝑎𝑙𝑡𝑎𝑙𝑒𝑛𝑎 diventa 𝑢𝑛’𝑎𝑙𝑡𝑎𝑙𝑒𝑛𝑎), oppure il 𝐭𝐫𝐨𝐧𝐜𝐚𝐦𝐞𝐧𝐭𝐨, come in alcuni verbi alla 𝐬𝐞𝐜𝐨𝐧𝐝𝐚 𝐩𝐞𝐫𝐬𝐨𝐧𝐚 𝐝𝐞𝐥𝐥’𝐢𝐦𝐩𝐞𝐫𝐚𝐭𝐢𝐯𝐨 (𝑑𝑎’; 𝑑𝑖’; 𝑓𝑎’), oppure il 𝐭𝐫𝐨𝐧𝐜𝐚𝐦𝐞𝐧𝐭𝐨 𝐝𝐢 𝐮𝐧𝐚 𝐬𝐢𝐥𝐥𝐚𝐛𝐚 𝐟𝐢𝐧𝐚𝐥𝐞 (𝑝𝑜’) o la 𝐜𝐚𝐝𝐮𝐭𝐚 𝐝𝐢 𝐮𝐧𝐚 𝐨 𝐩𝐢𝐮̀ 𝐜𝐢𝐟𝐫𝐞 𝐧𝐞𝐥𝐥𝐞 𝐝𝐚𝐭𝐞: ’68, ’73).
Adesso e’ tutto chiaro? Vediamo un po chi e’ il primo a scrive un’apostrofo sbagliato!
#27. «Non essere enfatico! Sii parco con gli esclamativi!»
18 aprile 2024
«Intinse il pennino nell’inchiostro e firmò: 𝑆𝑒𝑔𝑟𝑒𝑡𝑎𝑟𝑖𝑜 𝑑𝑖 𝐶𝑜𝑙𝑙𝑒𝑔𝑖𝑜 𝐸𝑓𝑖𝑚 𝑃𝑒𝑟𝑖𝑘𝑙𝑎𝑑𝑖𝑛!!! Tre punti esclamativi e, collocando questi tre segni, egli provava entusiasmo, indignazione, gioia e ribolliva di collera. 𝑇𝑜ℎ 𝑞𝑢𝑒𝑠𝑡𝑜! 𝑇𝑜ℎ 𝑞𝑢𝑒𝑠𝑡𝑜! Mormorava, premendo sul pennino. Il segno infuocato fu pago e scomparve».
Se anche le vostre notti, come quelle di 𝐏𝐞𝐫𝐢𝐤𝐥𝐚𝐝𝐢𝐧 (protagonista di 𝑰𝒍 𝒑𝒖𝒏𝒕𝒐 𝒆𝒔𝒄𝒍𝒂𝒎𝒂𝒕𝒊𝒗𝒐. 𝑬 𝒂𝒍𝒕𝒓𝒊 𝒊𝒏𝒄𝒖𝒃𝒊 𝒐𝒓𝒕𝒐𝒈𝒓𝒂𝒇𝒊𝒄𝒊 di 𝐀𝐧𝐭𝐨𝐧 𝐂̌𝐞𝐜𝐡𝐨𝐯), sono tormentate da incubi e punti esclamativi infuocati, 𝐥𝐚 𝟐𝟕𝐞𝐬𝐢𝐦𝐚 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐞 𝟒𝟎 𝐫𝐞𝐠𝐨𝐥𝐞 𝐩𝐞𝐫 𝐬𝐜𝐫𝐢𝐯𝐞𝐫𝐞 𝐛𝐞𝐧𝐞 𝐝𝐢 𝐔𝐦𝐛𝐞𝐫𝐭𝐨 𝐄𝐜𝐨 vi aiuterà a trovare la giusta serenità ortografica.
È carino il punto esclamativo, non c’è che dire. È simpatico, certo. Ma…
Ma, ricordiamoci un altro passaggio del racconto di Čechov: «Non basta che i segni d’interpunzione li poniate correttamente… non basta! Bisogna porli 𝑐𝑜𝑛𝑠𝑎𝑝𝑒𝑣𝑜𝑙𝑚𝑒𝑛𝑡𝑒!».
Eh sì, perché il caro Eco ci consiglia di moderare in generale l’esclamazione e questo, 𝐢𝐧 𝐧𝐚𝐫𝐫𝐚𝐭𝐢𝐯𝐚, significa soprattutto usare nella giusta misura 𝐢 𝐩𝐮𝐧𝐭𝐢 𝐞𝐬𝐜𝐥𝐚𝐦𝐚𝐭𝐢𝐯𝐢.
Questo segno di interpunzione nacque nel Medioevo, quando gli amanuensi segnalavano il proprio stupore con la parola latina 𝑖𝑜, cioè 𝑒𝑣𝑣𝑖𝑣𝑎. Poi la 𝑖 venne allungata e posta sotto la 𝑜, ridimensionata, e nacque il nostro punto esclamativo, gioia, ma più spesso dolore, di intellettuali ed editori finché non comparve nella 𝐵𝑖𝑏𝑏𝑖𝑎 𝑑𝑖 𝐿𝑢𝑡𝑒𝑟𝑜 del 1797 e se ne sdoganò l’uso.
Chiamato anche 𝐩𝐮𝐧𝐭𝐨 𝐚𝐟𝐟𝐞𝐭𝐭𝐮𝐨𝐬𝐨, 𝐨 𝐚𝐦𝐦𝐢𝐫𝐚𝐭𝐢𝐯𝐨, oggi è usato per esprimere meraviglia, dolore, rammarico, un ordine o un’esortazione.
Ma ricordiamoci che c’è differenza tra un saggio e un fumetto, che comunque va messo al posto giusto e che ce ne serve sempre uno solo per volta (tranne a Perikladin!!!).
Insomma: NON FATE ACCUMULO DI PUNTI ESCLAMATIVI E DITECI LA VOSTRA NEI COMMENTI!!!!
#28. «Neppure i peggiori fans dei barbarismi pluralizzano i termini stranieri»
24 aprile 2024
Cari Echisti di tutto il mondo, ben ritrovati! Oggi, in via del tutto eccezionale, anticipiamo di un giorno la nostra consueta rubrica del giovedì sulle 𝟒𝟎 𝐫𝐞𝐠𝐨𝐥𝐞 𝐩𝐞𝐫 𝐬𝐜𝐫𝐢𝐯𝐞𝐫𝐞 𝐛𝐞𝐧𝐞. E già che eravamo in vena di novità, abbiamo fatto anche un leggero restyling al post – speriamo che gradiate!
Ma non perdiamoci in chiacchiere sui 𝒍𝒐𝒐𝒌𝒔 dei nostri 𝒑𝒐𝒔𝒕𝒔!
Come dite? Ah già, che 𝐔𝐦𝐛𝐞𝐫𝐭𝐨 𝐄𝐜𝐨 mi fulmini! Ho pluralizzato, mettendo la -s finale, i due anglicismi 𝑙𝑜𝑜𝑘 e 𝑝𝑜𝑠𝑡.
Per capire perché sia una pratica da evitare (𝐞 𝐝𝐚 𝐜𝐨𝐫𝐫𝐞𝐠𝐠𝐞𝐫𝐞 𝐚𝐬𝐬𝐨𝐥𝐮𝐭𝐚𝐦𝐞𝐧𝐭𝐞 𝐧𝐞𝐢 𝐧𝐨𝐬𝐭𝐫𝐢 𝐫𝐨𝐦𝐚𝐧𝐳𝐢) partiamo dall’inizio. Non c’è nulla di strano nell’usare 𝐟𝐨𝐫𝐞𝐬𝐭𝐢𝐞𝐫𝐢𝐬𝐦𝐢, cioè termini presi in prestito da altre lingue. Si è sempre fatto e sempre si farà, ma con una piccola precauzione: facciamolo principalmente quando in italiano manca un effettivo sinonimo, cioè 𝐪𝐮𝐚𝐧𝐝𝐨 𝐝𝐨𝐛𝐛𝐢𝐚𝐦𝐨 𝐜𝐨𝐥𝐦𝐚𝐫𝐞 𝐮𝐧 𝐯𝐮𝐨𝐭𝐨 𝐬𝐞𝐦𝐚𝐧𝐭𝐢𝐜𝐨 𝐨 𝐥𝐞𝐬𝐬𝐢𝐜𝐚𝐥𝐞.
Certo che dobbiamo prendere in prestito termini come 𝑐𝑜𝑚𝑝𝑢𝑡𝑒𝑟, 𝑚𝑜𝑢𝑠𝑒 o 𝑐𝑙𝑜𝑢𝑑, perché non ha veramente senso usare 𝑐𝑎𝑙𝑐𝑜𝑙𝑎𝑡𝑜𝑟𝑒, 𝑑𝑖𝑠𝑝𝑜𝑠𝑖𝑡𝑖𝑣𝑜 𝑑𝑖 𝑝𝑢𝑛𝑡𝑎𝑚𝑒𝑛𝑡𝑜 o 𝑛𝑢𝑣𝑜𝑙𝑎.
Ma è decisamente sconsigliabile l’ostentato uso di tutti quei termini facilmente traducibili in italiano.
Infine, Eco ci ricorda che 𝐧𝐨𝐧 𝐜’𝐞̀ 𝐩𝐫𝐨𝐩𝐫𝐢𝐨 𝐛𝐢𝐬𝐨𝐠𝐧𝐨 𝐝𝐢 𝐩𝐥𝐮𝐫𝐚𝐥𝐢𝐳𝐳𝐚𝐫𝐞 𝐢 𝐟𝐨𝐫𝐞𝐬𝐭𝐢𝐞𝐫𝐢𝐬𝐦𝐢.
Il motivo è semplice. Anche se la maggior parte dei prestiti, ormai, proviene dall’inglese e una buona fetta di italiani ne ha dimestichezza, vi immaginate di dover pluralizzare termini come 𝑝𝑜𝑘𝑒, 𝑏𝑢𝑠ℎ𝑖𝑑𝑜 o 𝑔𝑢𝑟𝑢? Quanti di noi sanno declinare correttamente i sostantivi in Hawaiano, Giapponese o Sanscrito? Che facciamo, impariamo a memoria tutte le lingue del mondo nell’eventualità di aver bisogno di alcuni prestiti linguistici?
Ci aspettiamo un sacco di 𝒇𝒆𝒆𝒅𝒃𝒂𝒄𝒌𝒔 sotto al post dei vostri 𝒆𝒅𝒊𝒕𝒐𝒓𝒔 preferiti!
#29. «Scrivi in modo esatto i nomi stranieri, come Beaudelaire, Roosewelt, Niezsche, e simili»
2 maggio 2024
Ogni volta, ogni singola volta, che incontriamo un 𝐧𝐨𝐦𝐞 𝐬𝐭𝐫𝐚𝐧𝐢𝐞𝐫𝐨 𝐬𝐜𝐫𝐢𝐭𝐭𝐨 𝐦𝐚𝐥𝐞, va a finire allo stesso modo. Prima proviamo un sentimento di stupore e stizza, non potendo credere ai nostri occhi; poi, il più delle volte, emettiamo graffianti imprecazioni in lingue sconosciute, contro l’autore di questo crimine che ha offeso la morale condivisa, la cultura del progresso e la civiltà umana tutta.
Forse – direte – esageriamo un po’.
Ed effettivamente in quei momenti dobbiamo assomigliare a 𝐏𝐥𝐮𝐭𝐨 𝐜𝐡𝐞 𝐚𝐩𝐨𝐬𝐭𝐫𝐨𝐟𝐚 𝐃𝐚𝐧𝐭𝐞 𝐜𝐨𝐧 𝐯𝐨𝐜𝐞 𝐜𝐡𝐢𝐨𝐜𝐜𝐢𝐚: «Pape Satàn, pape Satàn, aleppe!».
Ma non biasimateci per la nostra reazione! Del resto, lo stesso 𝐔𝐦𝐛𝐞𝐫𝐭𝐨 𝐄𝐜𝐨 ha scritto un saggio dal titolo 𝑷𝒂𝒑𝒆 𝑺𝒂𝒕𝒂̀𝒏 𝑨𝒍𝒆𝒑𝒑𝒆, il primo pubblicato dalla casa editrice La nave di Teseo.
Nel libro, Eco raccoglie numerosi articoli della rubrica 𝐋𝐚 𝐛𝐮𝐬𝐭𝐢𝐧𝐚 𝐝𝐢 𝐌𝐢𝐧𝐞𝐫𝐯𝐚, da lui curata sull’𝑬𝒔𝒑𝒓𝒆𝒔𝒔𝒐 settimanalmente dal 1985 al 1998 e continuata, con minor regolarità, fino al 2016. In questa rubrica comparvero anche le nostre amatissime 𝟒𝟎 𝐫𝐞𝐠𝐨𝐥𝐞 𝐩𝐞𝐫 𝐬𝐜𝐫𝐢𝐯𝐞𝐫𝐞 𝐛𝐞𝐧𝐞.
C’è veramente poco da aggiungere a questa 𝟐𝟗𝐞𝐬𝐢𝐦𝐚 𝐫𝐞𝐠𝐨𝐥𝐚 se non, eventualmente, che le grafie corrette dei nomi sono 𝐁𝐚𝐮𝐝𝐞𝐥𝐚𝐢𝐫𝐞, 𝐑𝐨𝐨𝐬𝐞𝐯𝐞𝐥𝐭 e 𝐍𝐢𝐞𝐭𝐳𝐬𝐜𝐡𝐞.
È facile rispettare questa regolina: ogni volta che dobbiamo scrivere un nome straniero prendiamo il nostro onnipresente smartphone e, cliccando sull’icona con il microfono del motore di ricerca, pronunciamo il nome desiderato. I risultati ci renderanno la grafia corretta.
E, almeno per questa volta, eviteremo al nostro editor del cuore di vivere una giornata da Pluto!
#30. «Nomina direttamente autori e personaggi di cui parli, senza perifrasi. Così faceva il maggior scrittore lombardo del XIX secolo, l’autore del 5 maggio»
9 maggio 2024
Tutti coloro i quali seguono i profili social di quei due professionisti che si fanno chiamare Vivi l’editor dovrebbero leggere con attenzione questo contenuto riguardante la 30esima delle 40 regole per scrivere bene redatta dal vincitore del premio Strega nel 1981 con il romanzo 𝐼𝑙 𝑛𝑜𝑚𝑒 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑟𝑜𝑠𝑎.
Ops! 𝐒𝐨𝐧𝐨 𝐜𝐚𝐝𝐮𝐭𝐨 𝐧𝐞𝐥𝐥’𝐞𝐫𝐫𝐨𝐫𝐞 𝐝𝐢 𝐬𝐜𝐫𝐢𝐯𝐞𝐫𝐞 𝐮𝐧𝐚 𝐭𝐫𝐞𝐦𝐞𝐧𝐝𝐚 𝐩𝐞𝐫𝐢𝐟𝐫𝐚𝐬𝐢.
Ricominciamo.
Tutti i nostri follower dovrebbero leggere con attenzione questa 𝟑𝟎𝐞𝐬𝐢𝐦𝐚 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐞 𝟒𝟎 𝐫𝐞𝐠𝐨𝐥𝐞 𝐩𝐞𝐫 𝐬𝐜𝐫𝐢𝐯𝐞𝐫𝐞 𝐛𝐞𝐧𝐞 𝐝𝐢 𝐔𝐦𝐛𝐞𝐫𝐭𝐨 𝐄𝐜𝐨 (molto meglio, eh?).
𝐋𝐚 𝐩𝐞𝐫𝐢𝐟𝐫𝐚𝐬𝐢 𝐞̀ 𝐮𝐧𝐚 𝐜𝐢𝐫𝐜𝐨𝐧𝐥𝐨𝐜𝐮𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞, cioè un giro di parole, che è utile per evitare la ripetizione ravvicinata dello stesso termine, per dare una sfumatura diversa a un concetto o per renderlo più semplice. Quindi, in narrativa, va usata con consapevolezza e solo se necessaria.
Ma cosa direste se dicessi che, in fin dei conti, 𝐥𝐚 𝐥𝐞𝐭𝐭𝐞𝐫𝐚𝐭𝐮𝐫𝐚 𝐞̀ 𝐭𝐮𝐭𝐭𝐚 𝐮𝐧’𝐞𝐧𝐨𝐫𝐦𝐞 𝐩𝐞𝐫𝐢𝐟𝐫𝐚𝐬𝐢?
Filosofeggiando un po’, potremmo ammettere che ciascun romanzo è un girare intorno alla sua stessa sinossi. Per conoscere un libro ci basterebbe consultarne il riassunto, e invece amiamo leggerlo tutto.
Sembra dirci proprio questo 𝐌𝐚𝐫𝐜𝐨 𝐑𝐨𝐬𝐬𝐚𝐫𝐢 nel suo racconto 𝑳’𝒖𝒍𝒕𝒊𝒎𝒂 𝒑𝒂𝒓𝒐𝒍𝒂. Narra di “uno scrittore egologico” alle prese con il libro della vita, quello in cui fa confluire tutto sé stesso e tutto il suo sapere. Finisce così per scrivere 1000 pagine ma gli editori gli dicono che sono troppe. Ne cestina 999 ma non basta e decide di cancellare un rigo dopo l’altro della pagina superstite, finché non scrive a caratteri cubitali su un muro l’ultima parola rimasta: “𝐢𝐨”.
Ecco, 𝐿’𝑢𝑙𝑡𝑖𝑚𝑎 𝑝𝑎𝑟𝑜𝑙𝑎 ci racconta il processo inverso della creazione letteraria e ci dice che, tutto sommato, 𝐥𝐚 𝐥𝐞𝐭𝐭𝐞𝐫𝐚𝐭𝐮𝐫𝐚 𝐞̀ 𝐩𝐫𝐨𝐩𝐫𝐢𝐨 𝐪𝐮𝐞𝐬𝐭𝐨: 𝐮𝐧’𝐢𝐧𝐮𝐭𝐢𝐥𝐞 𝐞 𝐬𝐭𝐫𝐚𝐛𝐢𝐥𝐢𝐚𝐧𝐭𝐞 𝐩𝐞𝐫𝐢𝐟𝐫𝐚𝐬𝐢.
#31. «All’inizio del discorso usa la captatio benevolentiae, per ingraziarti il lettore (ma forse siete così stupidi da non capire neppure quello che vi sto dicendo)»
16 maggio 2024
Ricordate il celebre discorso di 𝗦𝘁𝗲𝘃𝗲 𝗝𝗼𝗯𝘀 del 2005? Quello che terminava con l’appello «𝙎𝙩𝙖𝙮 𝙝𝙪𝙣𝙜𝙧𝙮. 𝙎𝙩𝙖𝙮 𝙛𝙤𝙤𝙡𝙞𝙨𝙝»? Beh, vediamo come iniziava:
«Sono onorato di essere qui con voi oggi alle vostre lauree in una delle migliori università del mondo. Io non mi sono mai laureato. Anzi, per dire la verità, questa è la cosa più vicina a una laurea che mi sia mai capitata».
Il fondatore di Apple ha scelto di iniziare lusingando gli studenti e, di fatto, ponendosi in una posizione inferiore rispetto ai giovani neolaureati.
Ecco: questa è esattamente la 𝙘𝙖𝙥𝙩𝙖𝙩𝙞𝙤 𝙗𝙚𝙣𝙚𝙫𝙤𝙡𝙚𝙣𝙩𝙞𝙖𝙚 di cui ci parla 𝗨𝗺𝗯𝗲𝗿𝘁𝗼 𝗘𝗰𝗼 𝗻𝗲𝗹𝗹𝗮 𝟯𝟭𝗲𝘀𝗶𝗺𝗮 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗲 𝟰𝟬 𝗿𝗲𝗴𝗼𝗹𝗲 𝗽𝗲𝗿 𝘀𝗰𝗿𝗶𝘃𝗲𝗿𝗲 𝗯𝗲𝗻𝗲.
Questa tecnica, che permette di “𝗮𝗰𝗰𝗮𝘁𝘁𝗶𝘃𝗮𝗿𝘀𝗶 𝗹𝗮 𝘀𝗶𝗺𝗽𝗮𝘁𝗶𝗮” di qualcuno, è antichissima.
𝗢𝗺𝗲𝗿𝗼 la usa sia nell’𝘐𝘭𝘪𝘢𝘥𝘦 sia nell’𝘖𝘥𝘪𝘴𝘴𝘦𝘢; 𝗖𝗶𝗰𝗲𝗿𝗼𝗻𝗲 la considera un pilastro dell’𝘢𝘳𝘴 𝘰𝘳𝘢𝘵𝘰𝘳𝘪𝘢; 𝗦𝗲𝗻𝗲𝗰𝗮 la mette in pratica con 𝗟𝘂𝗰𝗶𝗹𝗶𝗼; 𝗗𝗮𝗻𝘁𝗲 la mette in bocca a Beatrice per gratificare Virgilio («O anima cortese mantoana, di cui la fama ancor nel mondo dura, e durerà quanto ’l mondo lontana»); la 𝗹𝗲𝘁𝘁𝗲𝗿𝗮𝘁𝘂𝗿𝗮 𝗰𝗮𝘃𝗮𝗹𝗹𝗲𝗿𝗲𝘀𝗰𝗮 la usa spesso per ingraziarsi il lettore.
L’esempio di Jobs ci ricorda che è una tecnica viva e vegeta, usata, nelle sue declinazioni moderne, anche nel 𝗴𝗶𝗼𝗿𝗻𝗮𝗹𝗶𝘀𝗺𝗼 e nel 𝗰𝗼𝗽𝘆𝘄𝗿𝗶𝘁𝗶𝗻𝗴.
E nella 𝗻𝗮𝗿𝗿𝗮𝘁𝗶𝘃𝗮 𝗰𝗼𝗻𝘁𝗲𝗺𝗽𝗼𝗿𝗮𝗻𝗲𝗮? Qui il discorso si complica un po’, perché continua a esistere ma non tanto come tecnica, quanto come 𝘀𝘁𝗿𝗮𝘁𝗲𝗴𝗶𝗮 𝗻𝗮𝗿𝗿𝗮𝘁𝗶𝘃𝗮. Per “accattivarsi la simpatia” di chi legge, lo scrittore deve giocare con le aspettative del lettore, credere nella sua intelligenza impegnandosi a non spiegargli tutto, creare personaggi con i quali potrà simpatizzare.
Sono queste le forme in cui l’antica 𝘤𝘢𝘱𝘵𝘢𝘵𝘪𝘰 𝘣𝘦𝘯𝘦𝘷𝘰𝘭𝘦𝘯𝘵𝘪𝘢𝘦 continua a realizzare il proprio compito ancora oggi, nonostante ormai scrivono e leggono babbei come voi!
#32. «Cura puntiliosamente l’ortograffia»
23 maggio 2024
Noi siamo davvero affezionati a questa rubrica dedicata a 𝗨𝗺𝗯𝗲𝗿𝘁𝗼 𝗘𝗰𝗼 e alle sue 𝟰𝟬 𝗿𝗲𝗴𝗼𝗹𝗲 𝗽𝗲𝗿 𝘀𝗰𝗿𝗶𝘃𝗲𝗿𝗲 𝗯𝗲𝗻𝗲. E ci rattrista sapere che sta per volgere al termine, visto che ormai siamo arrivati alla 𝟯𝟮𝗲𝘀𝗶𝗺𝗮.
Questa è una di quelle regole che andrebbero scolpite sul cuore di ciascuno di noi, non solo su quello di scrittori e scrittrici.
Certo, se stiamo scrivendo un libro è imprescindibile 𝗰𝘂𝗿𝗮𝗿𝗲 𝗹’𝗼𝗿𝘁𝗼𝗴𝗿𝗮𝗳𝗶𝗮. Non c’è veramente niente da aggiungere.
Ma lo stesso discorso vale 𝗼𝗴𝗻𝗶 𝘃𝗼𝗹𝘁𝗮 𝗰𝗵𝗲 𝘀𝗰𝗿𝗶𝘃𝗶𝗮𝗺𝗼. Infatti, non importa se stiamo scrivendo una pec alla Presidenza della Repubblica o l’invito a giocare a calcetto in una chat di gruppo; in ogni caso, 𝗱𝗼𝗯𝗯𝗶𝗮𝗺𝗼 𝗮𝗹𝗹𝗲𝗻𝗮𝗿𝗰𝗶 𝗮 𝗰𝘂𝗿𝗮𝗿𝗲 𝗹’𝗼𝗿𝘁𝗼𝗴𝗿𝗮𝗳𝗶𝗮.
Questo per accrescere – o almeno per salvaguardare – il nostro pensiero, 𝗽𝗲𝗿 𝘀𝗰𝗼𝗻𝗴𝗶𝘂𝗿𝗮𝗿𝗲 𝗶𝗹 𝗿𝗶𝘀𝗰𝗵𝗶𝗼 𝗶𝗻𝗲𝘃𝗶𝘁𝗮𝗯𝗶𝗹𝗲 𝗱𝗶 𝘀𝗽𝗿𝗼𝗳𝗼𝗻𝗱𝗮𝗿𝗲 𝗻𝗲𝗹𝗹’𝗮𝗻𝗮𝗹𝗳𝗮𝗯𝗲𝘁𝗶𝘀𝗺𝗼 𝗽𝗿𝗶𝗺𝗮𝗿𝗶𝗼 𝗼 𝗱𝗶 𝗿𝗶𝘁𝗼𝗿𝗻𝗼. Perché è proprio curando la scrittura, soprattutto nei suoi aspetti più formali come ortografia e punteggiatura, che ci manteniamo 𝗮𝗹𝗳𝗮𝗯𝗲𝘁𝗶𝘇𝘇𝗮𝘁𝗶, con evidenti benefici nella vita di tutti i giorni, dai rapporti sociali alle performance lavorative.
In conclusione, riporto una frase di 𝗙𝗿𝗮𝗻𝗰𝗲𝘀𝗰𝗼 𝗦𝗮𝗯𝗮𝘁𝗶𝗻𝗶 – se non sai chi è, corri a informarti, ché Il suo curriculum non c’entra in un post – che ci spiega in maniera chiara e lapidaria l’importanza nella vita di tutti noi di curare una buona scrittura:
«𝗟’𝗲𝗱𝘂𝗰𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗮𝗹𝗹’𝘂𝘀𝗼 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗮 𝗹𝗶𝗻𝗴𝘂𝗮 𝘀𝗰𝗿𝗶𝘁𝘁𝗮 𝗲̀ 𝘂𝗻 𝗰𝗮𝗽𝗶𝘁𝗼𝗹𝗼 𝗳𝗼𝗻𝗱𝗮𝗺𝗲𝗻𝘁𝗮𝗹𝗲 𝗻𝗲𝗹𝗹𝗮 𝗯𝗶𝗼𝗴𝗿𝗮𝗳𝗶𝗮 𝗱𝗶 𝗼𝗴𝗻𝗶 𝗶𝗻𝗱𝗶𝘃𝗶𝗱𝘂𝗼 𝗶𝗻𝘀𝗲𝗿𝗶𝘁𝗼 𝗻𝗲𝗹𝗹’𝗮𝗺𝗯𝗶𝘁𝗼 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗲 𝗰𝗶𝘃𝗶𝗹𝘁𝗮̀ 𝗰𝗼𝗺𝗽𝗹𝗲𝘀𝘀𝗲».
Ma stai tranquillo: se proprio ti scappa un piccolo errore ortografico, il tuo buon editor è qui per smascherarlo!
#33. «Inutile dirti quanto sono stucchevoli le preterizioni»
30 maggio 2024
No, vabbè! Non vi dico che cavolo mi è successo stamattina!
Ladies and gentlemen: quella che avete appena letto è esattamente una 𝗽𝗿𝗲𝘁𝗲𝗿𝗶𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲!
Dietro questa parolaccia che usa 𝗨𝗺𝗯𝗲𝗿𝘁𝗼 𝗘𝗰𝗼 (ormai siamo alla 𝟯𝟯𝗲𝘀𝗶𝗺𝗮 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗲 𝟰𝟬 𝗿𝗲𝗴𝗼𝗹𝗲 𝗽𝗲𝗿 𝘀𝗰𝗿𝗶𝘃𝗲𝗿𝗲 𝗯𝗲𝗻𝗲) si nasconde una 𝗳𝗶𝗴𝘂𝗿𝗮 𝗿𝗲𝘁𝗼𝗿𝗶𝗰𝗮 molto semplice, che ci fa dire di non voler parlare di qualcosa proprio mentre lo stiamo facendo.
Ed è molto efficace! Infatti, proprio negando di voler parlare di qualcosa, in realtà, stiamo mettendo un 𝗮𝗰𝗰𝗲𝗻𝘁𝗼 𝗳𝗼𝗿𝘁𝗶𝘀𝘀𝗶𝗺𝗼 su quell’argomento e, come se non bastasse, diamo anche per 𝗶𝗺𝗽𝗹𝗶𝗰𝗶𝘁𝗼 𝗶𝗹 𝗻𝗼𝘀𝘁𝗿𝗼 𝗴𝗶𝘂𝗱𝗶𝘇𝗶𝗼 sull’accaduto.
L’esempio letterario più celebre ce lo offre 𝗙𝗿𝗮𝗻𝗰𝗲𝘀𝗰𝗼 𝗣𝗲𝘁𝗿𝗮𝗿𝗰𝗮 con la sua canzone politica 𝘼𝙡𝙡’𝙄𝙩𝙖𝙡𝙞𝙖. Il poeta ci dice di non voler parlare di Giulio Cesare («Cesare taccio») e poi… giù a decantare l’illustre condottiero che ha reso, dice, rosso sangue l’erba di ogni pianura in cui ha combattuto.
Un altro esempio di preterizione, molto simpatico, ci viene da 𝗔𝗹𝗲𝘀𝘀𝗮𝗻𝗱𝗿𝗼 𝗠𝗮𝗻𝘇𝗼𝗻𝗶 (ma è mai possibile che qualunque argomento prendiamo, si finisce sempre per parlare dei 𝙋𝙧𝙤𝙢𝙚𝙨𝙨𝙞 𝙎𝙥𝙤𝙨𝙞?): ricordate l’incontro del povero 𝗱𝗼𝗻 𝗔𝗯𝗯𝗼𝗻𝗱𝗶𝗼 con quei farabutti dei bravi di don Rodrigo? Ebbene, subito dopo, don Abbondio se ne torna a casa sua, dove ad attenderlo c’è la domestica 𝗣𝗲𝗿𝗽𝗲𝘁𝘂𝗮, che si accorge che qualcosa non va nel suo animo. Ed ecco la preterizione di don Abbondio:
“Misericordia! cos’ha, signor padrone?”
“Niente, niente” rispose don Abbondio, lasciandosi andar tutto ansante sul suo seggiolone.
“Come, niente? La vuol dare ad intendere a me? Così brutto com’è? Qualche gran caso è avvenuto”.
“Oh, per amor del cielo! Quando dico niente, o è niente, o è cosa che non posso dire”.
Nemmeno a dirlo (ops, altra preterizione) subito dopo le racconta tutto.
E non vi dico di quella volta in cui una figura retorica mi ha salvato la vita! E dai che scherzo! Per oggi, basta preterizioni!
#34. «Non andare troppo sovente
a capo.
Almeno, non quando non serve»
6 giugno 2024
A scanso d’equivoci: nella 𝟯𝟰𝗲𝘀𝗶𝗺𝗮 𝗿𝗲𝗴𝗼𝗹𝗮 𝗽𝗲𝗿 𝘀𝗰𝗿𝗶𝘃𝗲𝗿𝗲 𝗯𝗲𝗻𝗲, 𝗨𝗺𝗯𝗲𝗿𝘁𝗼 𝗘𝗰𝗼 non dice «Non andare troppo sovente 𝗗𝗔𝗟 𝗰𝗮𝗽𝗼» né tanto meno (alla “romana”) «Non andare troppo sovente, 𝗔𝗛 𝗰𝗮𝗽𝗼!».
L’𝗮 𝗰𝗮𝗽𝗼, detto anche l’𝗮𝗰𝗰𝗮𝗽𝗼, si ha ogni volta che, in un testo scritto, la frase è seguita da uno spazio bianco fino alla fine del rigo, e poi inizia un nuovo discorso al rigo successivo. Spesso, ma non sempre, il rigo successivo presenta un rientro verso destra.
La regola è semplice: 𝗾𝘂𝗮𝗻𝗱𝗼 𝗳𝗶𝗻𝗶𝘀𝗰𝗲 𝘂𝗻 𝗮𝗿𝗴𝗼𝗺𝗲𝗻𝘁𝗼 𝗲 𝘀𝗲 𝗻𝗲 𝗶𝗻𝗶𝘇𝗶𝗮 𝘂𝗻 𝗮𝗹𝘁𝗿𝗼, 𝗯𝗶𝘀𝗼𝗴𝗻𝗮 𝗮𝗻𝗱𝗮𝗿𝗲 𝗮 𝗰𝗮𝗽𝗼.
Non a caso è stato definito un “𝘀𝘂𝗽𝗲𝗿𝗽𝘂𝗻𝘁𝗼”, perché funziona proprio come il punto che, però, non indica la fine di una frase, quanto di un intero argomento.
Naturalmente, poi, ci sono tutta una serie di considerazioni pratiche da tenere a mente quando scriviamo.
Per esempio noi, quando scriviamo 𝘂𝗻 𝗽𝗼𝘀𝘁, andiamo spesso a capo, non necessariamente a fine argomento. In questo caso è per non “infittire” il ristretto spazio a disposizione dei testi sui social, che scoraggerebbe la lettura.
Anche nei 𝘁𝗲𝘀𝘁𝗶 𝗮 𝘀𝘁𝗮𝗺𝗽𝗮 può succedere di aggiungere degli a capo per ragioni estetiche o pratiche; magari c’è da aggiungere un’immagine, oppure il capitolo termina con un paio di righe e tutto il resto della pagina bianca, ed è quindi preferibile “diluire” un po’ il testo.
Ma voi che scrivete libri non preoccupati di tutto ciò: 𝗶 𝘃𝗼𝘀𝘁𝗿𝗶 𝗲𝗱𝗶𝘁𝗼𝗿 𝗲 𝗴𝗿𝗮𝗳𝗶𝗰𝗶 𝘁𝗲𝗿𝗿𝗮𝗻𝗻𝗼 𝗶𝗻 𝗰𝗼𝗻𝘀𝗶𝗱𝗲𝗿𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗾𝘂𝗲𝘀𝘁𝗶 𝗮𝘀𝗽𝗲𝘁𝘁𝗶, mentre voi potete concentrarvi sull’usare l’a capo nel modo canonico.
Se saprete usare l’a capo nel modo corretto ne gioverà il libro, perché per il lettore sarà 𝗽𝗶𝘂̀ 𝘀𝗲𝗺𝗽𝗹𝗶𝗰𝗲 𝘀𝗲𝗴𝘂𝗶𝗿𝗲 𝗹𝗮 𝘀𝘂𝗰𝗰𝗲𝘀𝘀𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗱𝗲𝗶 𝗿𝗮𝗴𝗶𝗼𝗻𝗮𝗺𝗲𝗻𝘁𝗶 𝗼 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗲 𝘀𝗰𝗲𝗻𝗲 e la lettura sarà più “ariosa”, l’occhio si stancherà di meno, e sarà ancora più difficile interrompere la lettura.
E voi,
usate gli a
capo
nel modo
corretto?
#35. «Non usare mai il plurale majestatis. Siamo convinti che faccia una pessima impressione»
13 giugno 2024
Anche noi, come 𝗘𝗰𝗼 𝗰𝗼𝗻 𝗹𝗮 𝟯𝟱𝗲𝘀𝗶𝗺𝗮 𝗿𝗲𝗴𝗼𝗹𝗮 𝗽𝗲𝗿 𝘀𝗰𝗿𝗶𝘃𝗲𝗿𝗲 𝗯𝗲𝗻𝗲, siamo convinti che il 𝗽𝗹𝘂𝗿𝗮𝗹𝗲 𝗺𝗮𝗶𝗲𝘀𝘁𝗮𝘁𝗶𝘀 vada abbandonato.
Penserete che ne ho appena fatto uso anche io, ma in realtà siamo in due a curare la pagina di 𝗩𝗶𝘃𝗶 𝗹’𝗲𝗱𝗶𝘁𝗼𝗿 e noi due siamo d’accordo con Eco, ed è per questo che mi sono espresso al plurale.
Qualcuno potrebbe obiettare che, ormai, 𝗻𝗲𝗺𝗺𝗲𝗻𝗼 𝗶𝗹 𝗣𝗮𝗽𝗮 𝘂𝘀𝗮 𝗽𝗶𝘂̀ 𝗶𝗹 𝗽𝗹𝘂𝗿𝗮𝗹𝗲 𝗺𝗮𝗶𝗲𝘀𝘁𝗮𝘁𝗶𝗰𝗼, ed effettivamente già 𝗚𝗶𝗼𝘃𝗮𝗻𝗻𝗶 𝗣𝗮𝗼𝗹𝗼 𝗜 ne cassò l’uso nei discorsi pubblici (oggi, da quelle parti, si preferisce usare espressioni più colorite… ma lasciamo perdere!).
In realtà, nell’uso odierno è ancora fin troppo vivo.
Sono molti i 𝗺𝗮𝗻𝗮𝗴𝗲𝗿 che usano il plurale maiestatis nella fallace speranza che questo basti a fare team building; così come è ancora in auge in 𝗮𝗺𝗯𝗶𝘁𝗼 𝗮𝗰𝗰𝗮𝗱𝗲𝗺𝗶𝗰𝗼, soprattutto negli atti dei Magnifici Rettori; tra gli insegnanti prende il nome di 𝗽𝗹𝘂𝗿𝗮𝗹𝗲 𝗱𝗶𝗱𝗮𝘁𝘁𝗶𝗰𝗼 (“Oggi parleremo di…”) e viene impiegato nella 𝘀𝗮𝗴𝗴𝗶𝘀𝘁𝗶𝗰𝗮, dove improvvidi studiosi ne sottostimano l’effetto comico o, addirittura, stucchevole.
La 𝗽𝗼𝗲𝘀𝗶𝗮 fa eccezione; i poeti usano il cosiddetto 𝙥𝙡𝙪𝙧𝙖𝙡𝙞𝙨 𝙨𝙤𝙘𝙞𝙖𝙩𝙞𝙫𝙪𝙨 per “associare” la propria esperienza con quella del lettore, attribuendo al fatto un valore universale, come fa 𝗨𝗴𝗼 𝗙𝗼𝘀𝗰𝗼𝗹𝗼 in 𝘼 𝙕𝙖𝙘𝙞𝙣𝙩𝙤 («a noi prescrisse il fato illacrimata sepoltura»).
Nella 𝗽𝗿𝗼𝘀𝗮 è stato ampiamente usato da maestri come 𝗠𝗮𝗿𝗰𝗼 𝗧𝘂𝗹𝗹𝗶𝗼 𝗖𝗶𝗰𝗲𝗿𝗼𝗻𝗲 e dall’immancabile 𝗔𝗹𝗲𝘀𝘀𝗮𝗻𝗱𝗿𝗼 𝗠𝗮𝗻𝘇𝗼𝗻𝗶, che nel capitolo XXVI dei 𝙋𝙧𝙤𝙢𝙚𝙨𝙨𝙞 𝙎𝙥𝙤𝙨𝙞 scrive: «Anche noi, dico, sentiamo una certa ripugnanza a proseguire». Il 𝗽𝗹𝘂𝗿𝗮𝗹𝗲 𝗻𝗮𝗿𝗿𝗮𝘁𝗶𝘃𝗼 serve a creare un rapporto empatico con il lettore ma, tranne rare eccezioni, credo se ne possa fare a meno.
In poche parole: evitiamo il plurale maiestatis e, in questi tempi bui, lasciamo perdere anche il proverbiale 𝗮𝗿𝗺𝗶𝗮𝗺𝗼𝗰𝗶 𝗲 𝗽𝗮𝗿𝘁𝗶𝘁𝗲!
#36. «Non confondere la causa con l’effetto: saresti in errore e dunque avresti sbagliato»
20 giugno 2024
Con questa 𝟯𝟲𝗲𝘀𝗶𝗺𝗮 𝗿𝗲𝗴𝗼𝗹𝗮 𝗽𝗲𝗿 𝘀𝗰𝗿𝗶𝘃𝗲𝗿𝗲 𝗯𝗲𝗻𝗲 𝗨𝗺𝗯𝗲𝗿𝘁𝗼 𝗘𝗰𝗼 ci apre le porte al 𝗽𝗿𝗶𝗻𝗰𝗶𝗽𝗶𝗼 𝗱𝗶 𝗰𝗮𝘂𝘀𝗮𝗹𝗶𝘁𝗮̀: esiste una causa per ogni effetto.
È quel tema che ha fatto scrivere a 𝗟𝘂𝗰𝗿𝗲𝘇𝗶𝗼 «che nulla mai si genera dal nulla», che ha fatto formulare ad 𝗔𝗿𝗶𝘀𝘁𝗼𝘁𝗲𝗹𝗲 i quattro tipi di cause, che in antropologia ha dato luogo al concetto di 𝙢𝙖𝙣𝙖, che nel diritto penale ha dato vita alla teoria della 𝙘𝙤𝙣𝙙𝙞𝙘𝙞𝙤 𝙨𝙞𝙣𝙚 𝙦𝙪𝙖 𝙣𝙤𝙣 e che ha fatto cantare a 𝗚𝗶𝘂𝘀𝘆 𝗙𝗲𝗿𝗿𝗲𝗿𝗶 «Siamo parte di tutto, tutto parte di noi, tutto parte da noi».
In 𝗻𝗮𝗿𝗿𝗮𝘁𝗶𝘃𝗮 il principio di causalità è un pilastro fondamentale per comprendere l’interconnessione tra i 𝗻𝘂𝗰𝗹𝗲𝗶 𝗻𝗮𝗿𝗿𝗮𝘁𝗶𝘃𝗶.
“Ma che stai a di’?”. Avete presente quando non riusciamo proprio a staccarci dalle pagine di un romanzo e vorremmo leggerlo tutto di un fiato? Questo accade se nella trama i nuclei narrativi sono perfettamente legati tra loro in un 𝘀𝗶𝘀𝘁𝗲𝗺𝗮 𝗱𝗶 𝗰𝗮𝘂𝘀𝗮-𝗲𝗳𝗳𝗲𝘁𝘁𝗼.
I nuclei narrativi sono le scene fondamentali di un libro. Per esempio, se il nostro protagonista riceve per posta una bolletta che va subito a pagare e dopo non ci sono ulteriori complicazioni, questo NON È un nucleo narrativo. Ma se per posta riceve una lettera da Hogwarts, probabilmente la scena è un nucleo narrativo, perché da questa causa dipenderanno diversi effetti.
Il buon editor verificherà sempre se i nuclei narrativi del vostro romanzo sono ben connessi tra di loro, formando quella 𝗰𝗮𝘁𝗲𝗻𝗮 𝗻𝗮𝗿𝗿𝗮𝘁𝗶𝘃𝗮 che non farà mai distogliere lo sguardo ai lettori.
Tra un nucleo narrativo e un altro ci può essere una scena “cuscinetto” ma deve essere ben congegnata. Il semiologo 𝗥𝗼𝗹𝗮𝗻𝗱 𝗕𝗮𝗿𝘁𝗵𝗲𝘀 la definisce 𝗰𝗮𝘁𝗮𝗹𝗶𝘀𝗶 ed «essa accelera, ritarda, rilancia il discorso, essa riassume, anticipa, talora anche svia».
Se commentate conoscerete il principio di causalità! Ehm… volevo dire… vabbè: ci siamo capiti!
#37. «Non costruire frasi in cui la conclusione non segua logicamente dalle premesse: se tutti facessero così, allora le premesse conseguirebbero dalle conclusioni»
27 giugno 2024
Mamma mia, Umby! Hai deciso di farci scervellare, mentre noi qui già pensiamo all’estate, al mare, ai libri da portarci sotto l’ombrellone (non è vero niente… lavoro, lavoro e ancora lavoro, e al mare ci andiamo carichi di braccioli, secchielli e aquiloni per i piccoli).
Vabbè, facciamoci un altro caffè e procediamo con ordine.
𝗣𝗿𝗲𝗺𝗲𝘀𝘀𝗲 𝗲 𝗰𝗼𝗻𝗰𝗹𝘂𝘀𝗶𝗼𝗻𝗶. Di questo ci parla il giocondo 𝗨𝗺𝗯𝗲𝗿𝘁𝗼 𝗘𝗰𝗼, sapendo benissimo di aprire un Vaso di Pandora che scatena pensieri della filosofia, della semiotica e di chi più ne ha più ne metta.
Lungi da noi voler parlare del Ciclo inferenziale e di induzione, deduzione e abduzione, diciamo soltanto che ogni ragionamento parte da delle premesse per raggiungere, dopo un lungo percorso, delle conclusioni. 𝗟𝗲 𝗽𝗿𝗲𝗺𝗲𝘀𝘀𝗲 𝘀𝗼𝗻𝗼 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗲 𝘃𝗲𝗿𝗶𝘁𝗮̀ 𝗴𝗶𝗮̀ 𝗰𝗼𝗻𝗼𝘀𝗰𝗶𝘂𝘁𝗲, 𝗺𝗲𝗻𝘁𝗿𝗲 𝗹𝗲 𝗰𝗼𝗻𝗰𝗹𝘂𝘀𝗶𝗼𝗻𝗶 𝘀𝗼𝗻𝗼 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗲 𝘃𝗲𝗿𝗶𝘁𝗮̀ 𝗿𝗶𝘃𝗲𝗹𝗮𝘁𝗲 𝗼, 𝘀𝗲 𝗽𝗿𝗲𝗳𝗲𝗿𝗶𝘁𝗲, 𝗶𝗻𝗳𝗲𝗿𝗶𝘁𝗲.
E a ben guardare, tutto questo discorso è molto importante per capire come funziona (o dovrebbe funzionare) qualunque romanzo.
La 𝙡𝙤𝙜𝙞𝙘𝙖 che sottintende il rapporto tra premesse e conclusioni 𝗶𝗻 𝗻𝗮𝗿𝗿𝗮𝘁𝗶𝘃𝗮 𝗱𝗶𝘃𝗲𝗻𝘁𝗮 𝙘𝙤𝙚𝙧𝙚𝙣𝙯𝙖.
In un romanzo abbiamo delle premesse, delle verità iniziali e da queste, coerentemente, l’autore ci condurrà a delle conclusioni attraverso un 𝗮𝗿𝗰𝗼 𝗻𝗮𝗿𝗿𝗮𝘁𝗶𝘃𝗼. Ma coerente, quindi logica, non è soltanto la trama ma anche l’𝗮𝗿𝗰𝗼 𝗱𝗶 𝘁𝗿𝗮𝘀𝗳𝗼𝗿𝗺𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗱𝗲𝗹 𝗽𝗿𝗼𝘁𝗮𝗴𝗼𝗻𝗶𝘀𝘁𝗮 e, più in generale, l’𝗲𝘃𝗼𝗹𝘂𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗱𝗲𝗶 𝗽𝗲𝗿𝘀𝗼𝗻𝗮𝗴𝗴𝗶 e il loro modo di 𝗿𝗶𝘀𝗼𝗹𝘃𝗲𝗿𝗲 𝗴𝗹𝗶 𝗶𝗻𝗰𝗶𝗱𝗲𝗻𝘁𝗶 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗮 𝘁𝗿𝗮𝗺𝗮. È bene quindi, in fase di progettazione di un romanzo, soffermarsi molto per distinguere quali siano le verità iniziali, quali siano quelle finali, e come costruire logicamente l’evoluzione dalle une alle altre.
In conclusione volevo fare una premessa: la verità è che questa è la 𝟯𝟳𝗲𝘀𝗶𝗺𝗮 𝗿𝗲𝗴𝗼𝗹𝗮 𝗽𝗲𝗿 𝘀𝗰𝗿𝗶𝘃𝗲𝗿𝗲 𝗯𝗲𝗻𝗲 𝗱𝗶 𝗨𝗺𝗯𝗲𝗿𝘁𝗼 𝗘𝗰𝗼!
#38. «Non indulgere ad arcaismi, hapax legomena o altri lessemi inusitati, nonché deep structures rizomatiche che, per quanto ti appaiano come altrettante epifanie della differenza
grammatologica e inviti alla deriva decostruttiva – ma peggio ancora sarebbe se risultassero eccepibili allo scrutinio di chi legga con acribia ecdotica – eccedano comunque le competenze cognitive del destinatario»
4 luglio 2024
Umbe’, ma che ti ho fatto? Già ho le lacrime perché siamo arrivati inesorabilmente alla 𝟯𝟴𝗲𝘀𝗶𝗺𝗮 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗲 𝟰𝟬 𝗿𝗲𝗴𝗼𝗹𝗲 𝗽𝗲𝗿 𝘀𝗰𝗿𝗶𝘃𝗲𝗿𝗲 𝗯𝗲𝗻𝗲, in più mi hai costretto a stravolgere la grafica del post per parlarci di hapax, deep structures, eccetera!
Tralasciando questi paroloni che usa Eco, passiamo direttamente all’endocarpo (pardon! Il “nocciolo”) del discorso.
C’è un equivoco che alberga nell’animo di autori, studiosi e poeti di tutto il mondo: che per essere interessante e originale, un discorso debba essere anche complicato e farcito di tecnicismi o arcaismi.
Invece, 𝘀𝗶 𝗽𝘂𝗼̀ 𝗰𝗼𝗺𝘂𝗻𝗶𝗰𝗮𝗿𝗲 𝗶𝗻 𝗺𝗮𝗻𝗶𝗲𝗿𝗮 𝗰𝗼𝗺𝗽𝗹𝗲𝘀𝘀𝗮 𝗺𝗮 𝗻𝗼𝗻 𝗰𝗼𝗺𝗽𝗹𝗶𝗰𝗮𝘁𝗮, 𝗳𝗮𝗰𝗲𝗻𝗱𝗼 𝘂𝘀𝗼 𝗱𝗶 𝘁𝗲𝗿𝗺𝗶𝗻𝗶 𝗽𝘂𝗻𝘁𝘂𝗮𝗹𝗶 𝗲 𝗽𝗿𝗲𝗰𝗶𝘀𝗶 𝗰𝗵𝗲 𝗽𝗲𝗿𝗼̀ 𝗻𝗼𝗻 𝗿𝗶𝘀𝘂𝗹𝘁𝗶𝗻𝗼 𝗺𝗮𝗰𝗰𝗵𝗶𝗻𝗼𝘀𝗶 𝗲 𝗼𝘀𝘁𝗶𝗰𝗶.
Perché costringere il mal capitato lettore a una maratona di decodificazione semantica? La risposta sembra lampante: per fare sfoggio di sterile erudizione!
Invece, la lingua ha la funzione di comunicare qualcosa cercando di arrivare a destinazione nel modo più lineare possibile.
A mio avviso, quest’uso complicato della lingua in narrativa ha un difetto concettuale: parte dal presupposto che siano gli altri a doverci capire mentre dovremmo essere noi a scrivere tenendo a mente il nostro destinatario.
Il buon romanzo – il grande romanzo – lo si riconosce perché a essere complicato è stato il lavoro di chi lo ha scritto. Un lavoro certosino, di sottrazione, che ha per scopo quello di rendere semplice e godibile la lettura. È chi scrive a doversi sporcare le mani, mentre a chi legge dovrebbe rimanere solo il gusto della sorpresa.
Quando scriviamo un libro, allora, teniamo a mente 𝗰𝗵𝗶 𝗲̀ 𝗶𝗹 𝗻𝗼𝘀𝘁𝗿𝗼 𝗹𝗲𝘁𝘁𝗼𝗿𝗲 𝗶𝗱𝗲𝗮𝗹𝗲 (il nostro 𝙡𝙚𝙘𝙩𝙤𝙧 𝙞𝙣 𝙛𝙖𝙗𝙪𝙡𝙖, direbbe Eco) e rivolgiamoci a lui con lo scopo di raccontargli una bella storia, senza la pretesa di essere migliori di lui.
Il rischio, altrimenti, è di parlarci da soli, di essere autoreferenziali. Finiremo per prendere un granciporro… volevo dire “un granchio”!
#39. «Non devi essere prolisso, ma neppure devi dire meno di quello che»
11 luglio 2024
Questa “regola” sembra dirci qualcosa di ovvio ma, in realtà, nasconde una considerazione che qualunque romanziere dovrebbe tenere ben a mente.
Infatti, capita di imbattersi in scritture che non hanno ancora raggiunto una maturità e una coerenza complesse e che cadono in due errori, identici ma contrari: 𝗱𝗶𝗿𝗲 𝘁𝗿𝗼𝗽𝗽𝗼 𝗼 𝘁𝗿𝗼𝗽𝗽𝗼 𝗽𝗼𝗰𝗼 𝗮𝗹 𝗹𝗲𝘁𝘁𝗼𝗿𝗲.
Eh sì, perché 𝗶𝗹 𝗯𝘂𝗼𝗻 𝗿𝗼𝗺𝗮𝗻𝘇𝗼 𝘀𝗶 𝗿𝗶𝗰𝗼𝗻𝗼𝘀𝗰𝗲 𝗱𝗮 𝗰𝗶𝗼̀ 𝗰𝗵𝗲 𝗱𝗶𝗰𝗲 𝗲, 𝘀𝗼𝗽𝗿𝗮𝘁𝘁𝘂𝘁𝘁𝗼, 𝗱𝗮 𝗰𝗶𝗼̀ 𝗰𝗵𝗲 𝗻𝗼𝗻 𝗱𝗶𝗰𝗲.
Scrivere è un gioco da equilibrista in cui bisogna garantire al lettore la possibilità di immergersi nell’universo del romanzo, ma senza prenderlo per fesso spiegandogli proprio tutto tutto, soffocando quindi la sua fantasia e non permettendogli di immaginare e sognare.
E allora, ogni descrizione dettagliata, ogni dialogo e ogni spiegazione degli avvenimenti deve rispondere alla domanda: “𝗲̀ 𝗱𝗮𝘃𝘃𝗲𝗿𝗼 𝗻𝗲𝗰𝗲𝘀𝘀𝗮𝗿𝗶𝗮 𝗽𝗲𝗿 𝗶𝗹 𝗹𝗲𝘁𝘁𝗼𝗿𝗲?”. O siamo noi scrittori che ci sentiamo troppo più intelligenti del nostro pubblico o, al contrario, abbiamo paura di non essere compresi?
Tempo fa lavoravo a un romanzo davvero ben scritto. Poi, mi sono imbattuto in un intero capitolo in cui la protagonista parlava del più e del meno con un tizio in salone. Trama completamente ferma, dialoghi banali privi di nuove informazioni e, come se non bastasse, dettagliata descrizione delle tazzine da caffè, del taglio della barba, dei ricami degli abiti. Ero pronto a sfogare la mia frustrazione in un commento al vetriolo quando poi, a fine capitolo, proprio mentre i due stavano per salutarsi sull’uscio di casa, il tizio trova il coraggio per dire il vero motivo della sua visita: il dolce padre di lei ha sparato con il fucile all’amato figlio, cioè suo fratello. Fine del capitolo e applausi scroscianti. 𝗧𝘂𝘁𝘁𝗮 𝗾𝘂𝗲𝗹𝗹𝗮 𝗺𝗮𝗻𝗳𝗿𝗶𝗻𝗮, 𝗮𝘃𝗲𝘃𝗮 𝘂𝗻𝗮 𝗹𝗼𝗴𝗶𝗰𝗮 𝗻𝗮𝗿𝗿𝗮𝘁𝗶𝘃𝗮 𝗰𝗵𝗲 𝗮𝗻𝘁𝗶𝗰𝗶𝗽𝗮𝘃𝗮 𝘂𝗻 𝗽𝗹𝗼𝘁 𝘁𝘄𝗶𝘀𝘁 𝘀𝗲𝗻𝘀𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗮𝗹𝗲.
Forse, quest’autore conosceva già bene la 𝟯𝟵𝗲𝘀𝗶𝗺𝗮 𝗿𝗲𝗴𝗼𝗹𝗮 𝗱𝗶 𝗘𝗰𝗼.
#40. «Una frase compiuta deve avere»
18 luglio 2024
Siamo giunti alla 𝟰𝟬𝗲𝘀𝗶𝗺𝗮 𝗿𝗲𝗴𝗼𝗹𝗮 𝗽𝗲𝗿 𝘀𝗰𝗿𝗶𝘃𝗲𝗿𝗲 𝗯𝗲𝗻𝗲 𝗱𝗶 𝗨𝗺𝗯𝗲𝗿𝘁𝗼 𝗘𝗰𝗼.
Era il 28 settembre scorso quando abbiamo lanciato questa 𝗿𝘂𝗯𝗿𝗶𝗰𝗮 – una tra le più amate di Vivi l’editor, ci dite – con la prima regola sulle allitterazioni.
È passato quasi un anno e 𝗶𝗹 𝗴𝗿𝗮𝗻𝗱𝗲 𝗺𝗮𝗲𝘀𝘁𝗿𝗼 𝘀𝗲𝗺𝗯𝗿𝗮 𝘀𝗮𝗹𝘂𝘁𝗮𝗿𝗰𝗶 𝗰𝗼𝗻 𝘂𝗻𝗮 𝗳𝗿𝗮𝘀𝗲 𝗮 𝗺𝗲𝘁𝗮̀, come quelle dei film caricaturali in cui il protagonista, un attimo prima di lasciarci, dice con il fiato ormai corto: «Ricorda: il segreto della felicità è…». Ma noi non sapremo mai qual sia questo segreto.
In realtà, 𝗾𝘂𝗲𝘀𝘁’𝘂𝗹𝘁𝗶𝗺𝗮 𝗿𝗲𝗴𝗼𝗹𝗮, 𝗶𝗻 𝗾𝘂𝗮𝗹𝗰𝗵𝗲 𝗺𝗶𝘀𝘂𝗿𝗮, 𝗰𝗼𝗻𝘁𝗶𝗲𝗻𝗲 𝘁𝘂𝘁𝘁𝗲 𝗹𝗲 𝗮𝗹𝘁𝗿𝗲.
Infatti, queste non sono regole in senso stretto (tranne quelle sulla grammatica), quanto spunti di riflessione; quindi non hanno, né possono avere, valore universale.
Soprattutto in narrativa, l’unica grande regola che la nostra penna deve seguire è quella della 𝗰𝗼𝗲𝗿𝗲𝗻𝘇𝗮. Chi scrive deve sempre riflettere su ogni aspetto del libro e fare in modo che “𝘁𝘂𝘁𝘁𝗼 𝘁𝗼𝗿𝗻𝗶”.
Non c’è un tipo di narratore giusto, o un unico modo per gestire i dialoghi, o un solo registro linguistico buono per tutte le stagioni. Ma di tutti questi aspetti c’è il modo “giusto”, cioè 𝗰𝗼𝗲𝗿𝗲𝗻𝘁𝗲 𝗲 𝗹𝗼𝗴𝗶𝗰𝗼, per il tuo romanzo.
E questo discorso vale davvero per ogni frase del libro ed è per questo che 𝗨𝗺𝗯𝗲𝗿𝘁𝗼 𝗘𝗰𝗼 𝗻𝗼𝗻 𝗽𝘂𝗼̀ 𝗱𝗶𝗿𝗰𝗶 𝗰𝗼𝘀𝗮 𝗱𝗲𝘃𝗲 𝗮𝘃𝗲𝗿𝗲 𝘂𝗻𝗮 𝗳𝗿𝗮𝘀𝗲 𝗰𝗼𝗺𝗽𝗶𝘂𝘁𝗮. Perché la risposta sarà sempre “dipende”.
È difficile gestire tutti questi aspetti, ed è per questo che ogni libro ha bisogno del 𝗱𝗶𝗮𝗹𝗼𝗴𝗼 𝘁𝗿𝗮 𝗮𝘂𝘁𝗼𝗿𝗲 𝗲𝗱 𝗲𝗱𝗶𝘁𝗼𝗿. Solo da questo serrato confronto è possibile ambire alla coerenza e garantire ai nostri lettori un libro che sia davvero un 𝗽𝗿𝗼𝗱𝗼𝘁𝘁𝗼 𝗰𝘂𝗹𝘁𝘂𝗿𝗮𝗹𝗲.
E allora 𝗴𝗿𝗮𝘇𝗶𝗲, 𝗨𝗺𝗯𝗲𝗿𝘁𝗼 𝗘𝗰𝗼, che con la tua ironia ci hai insegnato tanto e 𝗴𝗿𝗮𝘇𝗶𝗲 𝗮 𝘁𝘂𝘁𝘁𝗶 𝘃𝗼𝗶 che avete atteso con impazienza il giovedì per farvi quattro risate (costruttive) con noi.
E ricordate che, da oggi in poi.

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