Il racconto più breve mai scritto
Inauguriamo la rubrica “Storie di libri” con quello che, spesso, viene indicato come il racconto più breve mai scritto.
E questa frase va interpretata alla lettera, perché davvero questo racconto, così come viene tramandato, non è mai stato scritto.
Ma andiamo con ordine.
Tutto nasce da un guanto di sfida:
«Scommettiamo 10 dollari che non riesci a scrivere un bel racconto di sole sei parole?»
Secondo la leggenda, viene lanciato, tra chiacchiere e daiquiri,
al celebre scrittore Ernest Hemingway da parte di un amico particolarmente irriverente, forse durante una tavolata all’Hotel Algonquin di New York.
Mentre il gruppo di amici ride per quello che vuole essere solo un gioco, Hemingway diventa serio e si fa passare carta e penna.
Si piega sul foglio, scrive, cancella, poi riscrive finché, soddisfatto, si alza in piedi e declama una sola frase, ma struggente:
«For sale: Baby shoes. Never worm»
«In vendita: scarpine da neonato. Mai indossate».

«For sale: Baby shoes. Never worm»
«In vendita: scarpine da neonato. Mai indossate»
Ernest Hemingway Writing at Campsite in Kenya by Look Magazine – Wikimedia Commons
Sono solo sei, dannate parole, in grado però di farci raggelare perché consentono, a ognuno di noi, di immaginare un intero racconto dall’epilogo drammatico.
Impossibile non pensare che quelle scarpine siano in vendita perché il nascituro non ce l’ha fatta.
E allora, nella mia fantasia, quelle sei parole si sono trasformate e mi hanno raccontato un’intera storia.
L’ho immaginata più o meno così:

Due giovani incrociano i propri sguardi per caso e tra loro scocca l’amore. Si incontrano di nuovo. Fanno l’amore. Iniziano a frequentarsi e a fantasticare sul proprio futuro insieme.
Non so perché, ma me li immagino poveri. Magari sono operai che lavorano in fabbrica.
Un giorno lei scopre di essere incinta.
Lo dice a lui tenendogli la mano. Hanno entrambi tanta, troppa paura. Ma non hanno alcun dubbio. Sarà difficile sfamare una bocca in più, lo sanno, ma senza dirselo pensano entrambi che quella boccuccia rappresenti un dono che gli permetterà un riscatto dalla vita grigia che conducono.
Passano i mesi. Finché può, lei va in fabbrica con il pancione, mentre lui è tutto preso a trovare quei piccoli oggetti che serviranno al nascituro. Una culletta, dei vestitini e, appunto, un paio di scarpette per neonato.
Finalmente si rompono le acque. Sta per avere inizio il giorno più bello della loro vita.
Ma qualcosa va storto e succede l’indicibile.
Pensavano di passare la notte in tre, tra ore insonni e carezze. Non hanno la forza di parlarsi. E nella loro piccola casa quel silenzio rimbomba ancora più forte.
Devono tornare alle proprie vite, in fabbrica, per arrivare a fine mese. Quei piccoli oggetti che avevano comprato con grandi sacrifici non possono restare lì inutilizzati. È lei a prendere coraggio per entrambi e, senza chiedere a lui, scrive quel maledetto annuncio di sei parole.
I due, in qualche modo, riusciranno ad andare avanti, avranno altre gioie e nasceranno altri figli, ma per sempre ricorderanno il giorno in cui hanno venduto quelle scarpette da neonato mai usate.
Chi l’ha scritto?
La potenza evocativa di queste sei parole è tutta qui: consentono a ognuno di noi, per un attimo, di diventare poeti e scrittori.
Come dicevo in apertura, si tratta però di una leggenda. Non sappiamo se sia stato effettivamente Hemingway a scrivere le sei parole, ma a me piace pensare che sia andata proprio così.
Sicuramente per tutto il Novecento è stato tramandato il racconto più breve mai scritto di Hemingway anche se, delle volte, non si parlava di scarpette ma di una carrozzina.


La prima volta che l’attribuzione a Hemingway delle sei parole è messa nero su bianco è nel 1991, quando un agente letterario, Peter Miller, scrive un libro (Get published! Get produced!) con i suoi consigli per pubblicare e vendere nel mercato editoriale.
Che sia, quindi, tutto frutto di un esperto di marketing e non di un genio letterario?
Chi può dirlo. Ad ogni modo anche altri autori si contendono il primato di aver composto il racconto più breve mai scritto.
Per esempio, Umberto Eco (in Dire quasi la stessa cosa: esperienze di traduzione, Bompiani, 2000) attribuiva questo record al racconto El dinosaurio dello scrittore guatemalteco Augusto Monterroso: «Cuando despertó, el dinosaurio todavía estaba allí» («Quando si svegliò, il dinosauro era ancora lì»). E il dinosauro di Monterroso affascinò anche Italo Calvino, che lo inserì in una delle sue celebri Lezioni americane (Garzanti, 1988), scritte sulla base dei sei cicli di discorsi tenuti all’Università di Harvard nell’anno accademico 1985-’86.

«Cuando despertó, el dinosaurio todavía estaba allí».
(El dinosaurio, Augusto Monterroso)
© Cottonbro studio – Pexels.com
Personalmente, trovo che il racconto più breve mai scritto attribuito a Hemingway abbia, nella sua brevità, una potenza ineguagliabile.
Lasciateci scritto nei commenti, però, se a voi quelle sei parole evocano tutt’altra storia.
Magari qualcuno immaginerà un racconto comico: a mettere in vendita le scarpette è un papà che, convinto di aspettare un maschietto, le ha comprate celesti. Poi, invece, è nata una femminuccia e la mamma arrabbiatissima ha preteso di comprarle rosa.
E visto che anche io sono un po’ irriverente, come l’amico di Hemingway, vi lancio lo stesso guanto di sfida (però senza dollari in palio!):
Scommettiamo che non riesci a scrivere un bel racconto di sole sei parole?

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