Se questo è un uomo
Quegli intellettuali che non riconobbero
un classico senza tempo
Per il secondo articolo della nostra rubrica “Storie di libri”, abbiamo deciso di parlarvi di un’opera che rappresenta una delle maggiori testimonianze sullo sterminio ebraico compiuto dai nazifascisti.
Moltissimi sono gli aspetti che rendono Se questo è un uomo di Primo Levi un classico immortale e una pietra miliare per la memoria storica dell’intera umanità.
E pensare che, inizialmente, questa straordinaria testimonianza venne bocciata da importanti case editrici tra le quali, per ben due volte, Einaudi.
Ma partiamo dall’inizio, cioè dall’incipit – che dà il titolo all’opera – e da
una brevissima descrizione del testo.

Incipit Se questo è un uomo, Primo Levi
«Voi che vivete sicuri
Nelle vostre tiepide case,
Voi che trovate tornando a sera
Il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo
Che lavora nel fango
Che non conosce pace
Che lotta per mezzo pane
Che muore per un sì o per un no.
Considerate se questa è una donna,
Senza capelli e senza nome
Senza più forza di ricordare
Vuoti gli occhi e freddo il grembo
Come una rana d’inverno.
Meditate che questo è stato:
Vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
Stando in casa andando per via,
Coricandovi alzandovi;
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
La malattia vi impedisca,
I vostri nati torcano il viso da voi».
L’opera biografica Se questo è un uomo racconta l’anno in cui il suo autore, Primo Levi, venne internato in uno dei più feroci lager nazisti, quello di Monowitz, parte del complesso di Auschwitz.
Il libro è un diario-racconto in cui fabula e intreccio non coincidono, perché il presente è quello in cui Levi scrive il diario mentre il passato è il tempo del racconto. La vicenda inizia nel dicembre 1943, quando Levi viene arrestato dai fascisti in un’azione contro i partigiani di “Giustizia e Libertà”, e termina nel gennaio del 1945, quando il lager viene liberato dall’Armata Rossa.
Nella scrittura non vi è odio verso il nemico né la ricerca di compassione da parte del lettore. Quello che realizza Levi è un inno alla memoria; tanto più i crimini nazisti si mostrano disumanizzanti, tanto più la voce dello scrittore si fa limpida e antiretorica, accentuando il distacco morale tra la vittima e i suoi carnefici.
Già nell’incipit, Levi comanda al lettore di scolpire nel proprio cuore le parole che leggerà e a tutti domanda se è ancora un uomo chi ha vissuto queste spietate mortificazioni.
L’11 aprile 1987 viene rinvenuto il corpo esamine di Primo Levi. L’ipotesi più accreditata vuole che Levi non ce l’abbia più fatta a reggere il peso della sua stessa memoria.
Dopo due anni di febbrile scrittura, nel 1947 Primo Levi termina il suo manoscritto, che ha però per titolo I sommersi e i salvati (lo stesso titolo che Levi riutilizzerà per un saggio pubblicato nel 1986).
Lo consegna alla prestigiosa casa editrice torinese Einaudi. Poco tempo dopo, una lettera su carta intestata dell’azienda comunica a Levi, senza troppi giri di parole, che il libro non è stato ritenuto idoneo alla pubblicazione.
Altre case editrici bocciano il manoscritto, ma non la piccola De Silva. L’editore Franco Antonicelli scorge la straordinarietà del testo e, su consiglio dello scrittore Renzo Zorzi, lo pubblica con il titolo Se questo è un uomo.
Non è un successo immediato e viene stampato con una tiratura limitata di 2500 copie. Oltre 600 di queste rimangono invendute e vengono accatastate in un magazzino di Firenze. Il libro, intanto, inizia a ricevere giudizi positivi dalla critica ma, ciò nonostante, nel 1952 Einaudi rifiuta per la seconda volta di pubblicarlo, considerandolo un investimento poco redditizio.
Solo nel 1958 Einaudi decide di pubblicare Se questo è un uomo nella collana “Saggi”, con un risvolto di copertina anonimo scritto da Italo Calvino.
Le 600 copie invendute della prima edizione, invece, rimangono a Firenze fino al 1966, quando vengono spazzate via dalla terribile alluvione che travolge la città.
Il misterioso lettore di Einaudi che bocciò Levi

Per anni negli ambienti culturali italiani si fanno supposizioni su chi sia stato il malaccorto consulente di Einaudi ad aver bocciato Se questo è un uomo nel 1947.
È lo stesso Primo Levi, in un’intervista allo scrittore Ferdinando Camon, a dare alcuni fondamentali indizi sul “colpevole”:
«Effettivamente il manoscritto non fu accettato per parecchi anni e quello che mi ha sempre sorpreso è che chi lo aveva letto era una personalità della letteratura italiana, ebrea, vivente. Se spegne il registratore glielo dico».



È stata Natalia Ginzburg, consulente di Einaudi, a scrivere a Primo Levi che l’editore non voleva pubblicare il suo manoscritto.
Ma lei – dirà per scolparsi anni dopo – a quel tempo non aveva alcun potere decisionale, non poteva accettare o rifiutare un manoscritto e non ricorda proprio chi sia stato a leggerlo. Ammetterà: «Siamo stati dei colpevoli imbecilli».
Ma, allora, chi ha bocciato Se questo è un uomo?
Sicuramente, anche Cesare Pavese ebbe la sua parte di responsabilità. Anche lui collaborava per Einaudi e obiettò all’editor che erano già usciti troppi libri sui lager nazisti e che proprio non serviva questo di Levi.
Sarà lo stesso editore, Giulio Einaudi, a sciogliere il mistero in un’intervista televisiva:
«È stata Natalia Ginzburg a leggerlo. Il ricordo del nazismo, delle persecuzioni, della Shoah era troppo bruciante. Natalia aveva perso il marito (Leone Ginzburg, massacrato dai nazifascisti, ndr) pochi mesi prima, nel gennaio del 1944. Non ho così avuto argomenti per oppormi a questo giudizio».
Ma perché due intellettuali del calibro di Natalia Ginzburg e Cesare Pavese hanno sottovalutato questo capolavoro della narrativa e della memoria storica italiana?
Bisogna ammettere che Primo Levi era un outsider dei salotti letterari italiani e, forse, se di professione non fosse stato un chimico, il suo manoscritto avrebbe ricevuto ben altre attenzioni.
Il caso editoriale di Se questo è un uomo è emblematico di quanto complesso e affascinante sia il lavoro dell’editore. Le vicissitudini incontrate da Primo Levi testimoniano quanto possa essere difficile, persino per i migliori tra gli addetti ai lavori, comprendere quale sia l’alchimia che rende un libro un capolavoro.

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